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Il dossier Ilva va ad affollare il tavolo dell’Anac / IL CASO

Roma - La vendita dell’Ilva ad Arcelor Mittal arriva sul tavolo dell’autorità anticorruzione. Ad inviare un dossier con la «segnalazione di possibili anomalie della procedure di gara» è il vice premier Luigi Di Maio.

Roma - La vendita dell’Ilva ad Arcelor Mittal arriva sul tavolo dell’autorità anticorruzione. Ad inviare un dossier con la «segnalazione di possibili anomalie della procedure di gara» è il vice premier Luigi Di Maio sollecitato da una lettera del governatore pugliese Michele Emiliano nella quale si indicano «zone d’ombra che andrebbero chiarite per accertare se effettivamente tale aggiudicazione sia avvenuta in favore della migliore offerta». All’Anac la documentazione viene recapitata di prima mattina. Ma non è una sorpresa.

Già nei giorni scorsi c’erano stati dei contatti tra Cantone e la Presidenza del Consiglio interessata ad avere un parere sulla gara di aggiudicazione. Subito viene attivata una fase di approfondimento e studio soprattutto per capire quali sono gli spazi per un proprio possibile intervento. La vicenda è complessa e, ovviamente, l’Anac dovrà esaminare i molti risvolti. Il primo riguarda la natura giuridica dell’Ilva, che è una società privata - mentre l’Anac vigila sugli appalti pubblici - ma che di fatto ha ora un gestione commissariale, quindi che può essere considerata in parte pubblica. Ci sono altre questioni giuridiche da chiarire che riguardano principi inderogabili di carattere generale, in tema - ad esempio - di trasparenza delle procedure e di economicità degli affidamenti. In ogni caso l’autorità guidata da Raffaele Cantone punta ora a esprimere il proprio parere con la massima celerità, anche se - come è ovvio - tempi non sono prevedibili. Il nuovo capitolo del romanzo Ilva arriva a due giorni dal tavolo che aveva visto il vice premier confrontarsi con i sindacati e con Arcelor Mittal, per chiedere un miglioramento sia del piano ambientale sia degli obiettivi occupazionali previsti.

La lettera di Emiliano, invece, mette proprio un paletto sull’intera gara: parla di una scelta “incongrua” basata solo sull’offerta economica che prevede maggiori tempi («fino al 2023») per il piano ambientale contro il 2021 dei concorrenti e soprattutto anche un numero più basso di dipendenti da assumere (8.100 contro 10.500). Mette poi dubbi sulla concentrazioni di mercato sulla produzione di acciaio e sul cambio di formazione dopo l’uscita del Gruppo Marcegaglia. Il consorzio che si è aggiudicato l’acquisto non commenta. Mentre i sindacati temono una nuova impasse. Ma Di Maio rassicura: non ci sono atteggiamenti che minacciano un ritiro dell’azienda, «con Arcelor Mittal sto avendo una buona interlocuzione in questo momento e con un rapporto molto franco e molto onesto ci stiamo dicendo quello che va e quello che non va». Si scalda anche il clima politico. L’ex ministro Carlo Calenda parla di «gioco delle parti fatto sulla pelle di lavoratori e tarantini» nel quale «Emiliano d’accordo con Di Maio offre al suo nuovo leader scuse per non decidere».

Dal governatore ligure Giovanni Toti, invece, arriva l’appello «a non far fallire la trattativa». Ma la stoccata più dura la tira la senatrice Teresa Bellanova (Pd) che al Mise ha gestito tante trattative. «Il tempo non è una variabile indipendente - dice a Di Maio - Se ci avesse detto che il suo problema, soprattutto su Ilva, è come non perdere la faccia rispetto alle promesse di questi anni e non rompere con l’alleato di Governo che in tema ha opinioni ed esigenze politiche ed elettorali diametralmente opposte, lo avremmo apprezzato di più».

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