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Drewry: «Lo slow steaming non rende più» / L’ANALISI

Londra - I prezzi del bunker sono scesi e la bassa velocità non è più conveniente. Quando lo slow steaming fu introdotto il bunker costava circa 600 dollari a tonnellata. Adesso è a 100-150 dollari.

Londra - Secondo Drewry, il basso prezzo del petrolio sta mettendo in difficoltà le compagnie marittime. In discussione è il cosiddetto slow steaming, ossia l’uso di far viaggiare le navi a una velocità molto più bassa rispetto alle loro possibilità. Questo sistema è diventato popolare una decina d’anni fa, quando il prezzo del petrolio saliva, fino a sfiorare i 150 dollari al barile nel 2008. Attualmente però il petrolio è sceso intorno ai 30 dollari.

Con lo slow steaming le compagnie marittime hanno risparmiato combustibile, ma anche tamponato il problema della sovracapacità di stiva immettendo nei servizi una nave in più. Questo sistema ha continuato a essere utilizzato anche negli ultimi anni, nonostante il calo progressivo del prezzo del bunker, il combustibile utilizzato dai motori marini.

Ma adesso, come spiega Drewry, i prezzi sono scesi a tal punto che che la bassa velocità non è più conveniente. Quando lo slow steaming fu introdotto, nel primo decennio degli anni 2000, il bunker costava circa 600 dollari a tonnellata. Adesso viaggia intorno ai 100-150 dollari. Drewry maritime Advisors ha analizzato come questo cambiamento influenzerà le scelte delle compagnie. Ed è giunto alla conclusione che scelte strategiche per la sostenibilità dei traffici dovranno essere fatte al buio. La situazione attuale spingerebbe ad abbandonare lo slow steaming. «A un prezzo del bunker di 100 dollari per tonnellata - scrive in una nota la società di analisi economiche sul mondo dello shipping - c’è un chiaro risparmio se si aumenta la velocità e si riduce il numero di navi per ogni servizio». Ma gli armatori possono fidarsi del fatto che i prezzi rimarranno bassi? Abbandonare la strategia dello slow steaming, che è stata adottata progressivamente e accompagnata anche dall’utilizzo di navi sempre più grandi, anche queste per ridurre i costi, richiederebbe alle compagnie un impegno notevole con rischi annessi. «Le compagnie marittime e le alleanze fra compagnie - spiega Drewry - hanno attentamente pianificato le loro rotte, compresi gli appuntamenti alle banchine dei terminal, basandosi sulle attuali velocità lente. Aumentare la velocità richiederebbe un grande lavoro di revisione dei piani e possibili problemi alla regolarità dei servizi».

Secondo Ian Taylor, che guida la più grande società di compravendita di prodotti petroliferi, Vitol, il prezzo del petrolio rimarrà relativamente basso per i prossimi 10 anni, oscillando fra 40 e 60 dollari al barile. «E’ difficile - afferma Taylor in un’intervista all’agenzia “Bloomberg” - immaginare un brusco aumento del prezzo» del greggio, che dovrebbe oscillare intorno a 50 dollari per i prossimi 5-10 anni. Taylor, che ha cominciato la propria carriera in Shell alla fine degli anni 1970, mette molti condizionali alla sua previsione, specificando che non è ancora certo se il prezzo del petrolio, che nei giorni scorsi è sceso anche sotto 30 dollari, abbia toccato il suo punto più basso, perché l’offerta continua a superare la domanda. Secondo Taylor, in un prevedibile futuro è improbabile che il prezzo torni a tre cifre: «Bisogna credere che ci sia una possibilità che non si ritornerà mai sopra i 100 dollari».

La crisi finanziaria del 2008, giunta inattesa, ha reso diffidenti gli operatori sul valore di queste previsioni, anche quando giungono da operatori esperti come Taylor. Drewry sostiene che «le compagnie marittime devono sentirsi nervose nell’intraprendere cambiamenti radicali, perchè c’è la possibilità che i prezzi del bunker schizzino di nuovo verso l’alto, data l’apparente incapacità degli economisti di prevedere questi cambiamenti».

Tutte le tipologie di trasporto marittimo sono in difficoltà, ma quelle più colpite sono quelle che riguardano rinfuse e container.