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«Riforma, stiamo buttando via un’occasione» / INTERVISTA

Genova - A sei mesi dall’uscita della riforma della governance portuale, cinque Autorità di sistema sono senza presidente, due in base alle ultime notizie non hanno ancora completato l’iter di nomina. Il Comitato di gestione di fatto esiste solo a Napoli, gli organismi di parternariato e il tavolo nazionale di coordinamento sono oltre l’orizzonte.

Genova - A sei mesi dall’uscita della riforma della governance portuale, cinque Autorità di sistema sono senza presidente, due in base alle ultime notizie non hanno ancora completato l’iter di nomina. Il Comitato di gestione di fatto esiste solo a Napoli, gli organismi di parternariato così come il tavolo nazionale di coordinamento sono confinati a un orizzonte nebuloso. «Ci sono voluti 10 anni per fare la riforma dei porti, speriamo non ne servano altrettanti per renderla esecutiva» commenta Gian Enzo Duci, presidente di Federagenti, la federazione nazionale degli agenti e broker marittimi.

Non è un vizio un po’ italiano pretendere che una legge sprigioni effetti immediati?

«Infatti noi abbiamo più volte detto che la riforma si sarebbe concretizzata nel corso del 2017, il problema è che andando di questo passo sarà difficile anche centrare questo obiettivo. La riforma, in fondo, è stata realizzata velocemente, ma ora siamo nel guado».

Come mai è c alato il vento?

«Ci sono alcuni fattori oggettivi: la crisi di governo e l’emergenza terremoto. Ma ce ne sono altri su cui certo si può discutere: la lentezza con cui vanno avanti le nomine sembra vincolata a logiche di carattere puramente politico, per soggetti che invece la legge dice dovrebbero avere incontestabili esperienza e professionalità nel settore. Viene addirittura il sospetto che questa vacatio decisionale sia ricercata, che in fin dei conti questa sia una situazione di comodo. Pensiamo al tavolo nazionale di coordinamento, di cui non si conoscono nemmeno i nomi dei componenti ministeriali: sta diventando il terreno per una rissa tra categorie alla ricerca di poltrone e ruoli. Proprio le associazioni di categoria ce la stanno mettendo tutta per essere ininfluenti, pensando più a contarsi gli associati - e frammentarsi più di quello che già non sono - che a dare un proprio contributo in questa fase».

Quali sono i casi a cui sta pensando?

«Sicuramente nella logistica: apprezzo la discesa in campo di un grande soggetto come il gruppo Grimaldi, ma mi riesce difficile capire perché non abbia potuto impegnarsi nel quadro di un’associazione già esistente, piuttosto che spendersi per costituire l’ennesimo nuovo soggetto di rappresentanza. Il nostro comparto pesa il 2,7% del prodotto interno lordo nazionale, ma “conta” meno di altri. Che sono più piccoli, ma ben più compatti».

Ma con i tavoli di parternariato sarete per sempre fuori dalla stanza dei bottoni...

«Non è vero. Molti pensano che i tavoli siano la riedizione delle commissioni consultive. È sbagliato: perché di fatto nei vecchi comitati portuali gli imprenditori privati erano quasi sempre in minoranza di fronte alla non infrequente coalizione pubblico-sindacati. Il parternariato produce invece la documentazione sulle singole posizioni dei suoi componenti: se ci sarà un parere contrario, l’Adsp potrà non tenerne conto, ma i perché del parere saranno pubblici. Se gestiti correttamente, i tavoli ci renderanno più influenti, non meno. I rischi però sono evidenti: se ci frammentiamo, se anche dentro a questi tavoli ognuno farà battaglia sui piccoli distinguo, torneremo ininfluenti e saremo convocati un paio di volte l’anno. Sono i motivi per cui questo modello, usato per anni in Francia, oggi è posto sotto una forte revisione critica. Sta a noi farlo funzionare».

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