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Messina: «La riforma dei porti? Ha bisogno di una revisione» / INTERVISTA

«Assarmatori ha anche di recente confermato al governo la volontà di difendere lo strumento del registro internazionale. Tuttavia ha posto l’accento sulla necessità di intervenire per migliorare quelle norme che sono previste per la salvaguardia della gente di mare».

Assarmatori è un’associazione giovane: che bilancio può fare della sua riuscita rispetto agli obiettivi che vi eravate prefissati al principio? «Siamo andati ben oltre gli obiettivi che ci eravamo prefissati - dice il presidente Stefano Messina - In pochi mesi Assarmatori è diventata un punto di riferimento importante per lo shipping e l’industria armatoriale italiana. I numeri sono indicatori incontestabili. Assarmatori annovera compagnie associate per oltre 6 milioni di tonnellate di stazza lorda e quasi 700 navi che scalano regolarmente porti italiani; rappresenta la quota assolutamente prevalente del mercato del trasporto container di tutto l’import/export in Italia con oltre il 35%; associa compagnie che detengono l’80% dei collegamenti di trasporto pubblico locale; rappresenta il 70 % del trasporto di cabotaggio nazionale e mediterraneo. Inoltre, nella maggior parte dei porti italiani Assarmatori rappresenta la stragrande parte del traffico iscritto ad associazioni armatoriali. Parlo di Genova, La Spezia, Livorno, Cagliari, Olbia, Porto Torres, Napoli, Gioia Tauro, Taranto, Venezia e Trieste con una contribuzione all’economia del Paese, attraverso tasse portuali e di ancoraggio, ma anche accise, dazi, Iva, e con un utilizzo intensivo dei servizi offerti da terminal passeggeri e merci, nonché dai fornitori di servizi tecnico nautici nei vari scali marittimi. In quest’ottica Assarmatori è la prova di un salto di qualità che ritenevamo e riteniamo indispensabile in un’economia globale, anche ante litteram, com’è quella dell’interscambio mondiale via mare e dello shipping».

Quali programmi ha l’associazione per il futuro?

«Intanto procedere lungo la rotta tracciata, allargare la sua base associativa come sta per altro accadendo in questi giorni grazie all’ingresso di nuovi importanti gruppi armatoriali italiani e non, ed essere un forte e irrinunciabile riferimento per le istituzioni nazionali e internazionali che si occupano di shipping, portualità, logistica integrata e blue economy».

Nuova via della seta, guerra dei dazi, Brexit, incertezze nell’Unione europea: come influiscono i grandi eventi internazionali sull’attività degli armatori italiani?

«I tempi di cambiamento e trasformazione dell’economia mondiale, dell’interscambio, ma anche e specialmente degli equilibri geo-politici sono diventati terribilmente serrati. Ciò ha generato crisi, ma anche opportunità di crescita e di sviluppo che richiedono grande capacità di adattamento e grande flessibilità operativa. Lo shipping e lo shipping italiano da sempre hanno fatto di queste caratteristiche fattori vincenti; confido sulla capacità degli imprenditori di questo settore di essere reattivi in modo ancora più efficace di quanto accaduto in passato. Assarmatori certo non nasce per difendere l’esistente, né schemi e abitudini azzerati dai mercati».

Pensa che gli armatori debbano svolgere un ruolo maggiore anche nella logistica e trasporto a terra? Qual è la situazione in Italia?

«Certo, ma gli armatori lo fanno già. Molti di noi si sono impegnati nella logistica e nella gestione di terminal portuali; altri hanno annunciato proprio in questi giorni forti investimenti nell’intermodalità e nei servizi ferroviari e stradali. Di certo le strategie dei compartimenti stagni nei trasporti non sono più paganti e il coordinamento fra le varie modalità di trasporto non è più un optional. In Italia esistono molti esempi virtuosi di logistica integrata che rappresentano anche la chiave di un recupero di competitività in atto rispetto ai traffici basati sui grandi porti del Nord Europa».

Quali strumenti vorreste che arrivassero da Parlamento e Governo per lo sviluppo dello shipping?

«Assarmatori ha anche di recente confermato al governo la volontà di difendere lo strumento del registro internazionale. Tuttavia ha posto l’accento sulla necessità di intervenire per migliorare quelle norme che sono previste per la salvaguardia della gente di mare procedendo a un affinamento anche in termini di garanzie occupazionali per i marittimi italiani. La nostra associazione è infine favorevole a una revisione globale della riforma portuale in quanto, com’è stato dimostrato dai fatti, la riforma, se può dirsi tale, del 2016 non è stata sufficiente per liberare il settore dai troppi vincoli di tipo burocratico che ne condizionano in modo fatale i livelli di efficienza rappresentando la vera priorità da affrontare per garantire ai porti standard di competitività adeguati al livello delle sfide internazionali».

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