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Iran, Carige smette di sostenere le aziende

Genova - Sull’Iran anche Carige alza bandiera bianca e si adegua al diktat degli Stati Uniti: niente transazioni finanziarie con Teheran. L’istituto ligure era rimasto il solo, insieme alla Popolare di Sondrio, a supportare le imprese italiane che esportano in Iran

Genova - Sull’Iran anche Carige alza bandiera bianca e si adegua al diktat degli Stati Uniti: niente transazioni finanziarie con Teheran. L’istituto ligure era rimasto il solo, insieme alla Popolare di Sondrio, a supportare le imprese italiane che esportano in Iran. I grandi gruppi bancari, da Intesa a Unicredit, erano stati tra i primi a tirare in remi in barca con l’arrivo delle sanzioni statunitensi a valle della decisione di Donald Trump, lo scorso maggio, di uscire dall’accordo sul nucleare iraniano. Altre banche minori avevano invece resistito, anche perché Teheran era uno dei partner più affidabili e seri dell’industria italiana: l’Iran è un Paese in crescita, che investe molto in tecnologia e impiantistica, apprezza la qualità del made in Italy ed è un pagatore puntualissimo.

Dopo l’ultimo inasprimento delle sanzioni, avvenuto lo scorso novembre, ma soprattutto dopo che le blacklist delle imprese indicate dagli Usa si sono fatte sempre più lunghe, anche Carige «si è vista costretta - come spiegano fonti bancarie - a interrompere il supporto» alle aziende che fanno affari con Teheran. Sondrio si è mossa nella stessa direzione. Con l’uscita di scena di Genova e Sondrio i rapporti commerciali tra Italia e Iran, Paesi legati da un’antica stima reciproca, diventano difficilissimi. A Genova la decisione di Carige ha fatto qualche vittima (tra cui Irasco, società figlia della tradizione impiantistica di Italimpianti): si tratta di manciata di imprese, con le quali la banca «sta dialogando per trovare soluzioni», che difficilmente arriveranno perché nessuna realtà bancaria italiana supporta più le transazioni finanziarie con l’Iran.

Per comprendere il danno per le imprese del territorio è sufficiente pensare che sino a dieci anni fa un terzo dei certificati di origine dei prodotti (necessari per esportare) prodotti dalla Camera di commercio di Genova erano destinati all’Iran. Ora l’incidenza di Teheran sul totale dei certificati non raggiunge il punto percentuale. Dalle imprese genovesi e liguri l’Iran comprava soprattutto prodotti metalmeccanici, impiantistica, ma anche generi alimentari e prodotti chimici.

Sino al 2017 l’Italia è stato il principale partner europeo dell’Iran, con interscambi complessivi per 5 miliardi di euro. Nel 2018 il valore delle esportazioni italiane in Iran è stato di oltre 1,7 miliardi, ma quest’anno è lecito attendersi numeri molto ridimensionati. Perché il problema non sono le merci, bensì l’ormai totale assenza di banche disponibili a gestire le transazioni finanziarie. «Noi stessi abbiamo fermato l’attività con l’Iran da novembre - racconta Augusto Cosulich del gruppo Fratelli Cosulich, rappresentante in Italia della compagnia marittima di Stato iraniana (Irisl) -. Per noi il fermo con l’Iran rappresenta un danno economico minimo, ma è un grande dispiacere perché era un’attività avviata da mio padre. Ed è semplicemente assurdo quanto sta accadendo ai commerci per colpa della violenta politica di Trump e di un governo italiano debolissimo».

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