SERVICES

L’eredità di Batini a dieci anni dalla morte / GALLERY

Genova - Il 23 aprile del 2009 moriva lo storico console della Culmv, ma sono in pochi a ricordare il decennale. Le storie e gli aneddoti di un’epoca ormai scomparsa. Benvenuti: «Sono l’ultimo di quella scuola».

NEXT PREV
foto
foto
Aldo Grimaldi insieme a Paride Batini,
foto
Victor Ukmar con Paride Batini
foto
Paride Batini durante il corteo dei 'camalli' a Genova.
foto
foto
foto
foto
foto
foto
foto
foto
Batini anni fa nella sala Chiamata tra i suoi camalli
foto
foto
Un momento del corteo dei 'camalli', gli scaricatori della Culmv, la Compagnia Unica dei portuali, in corteo con i loro mezzi fino a Palazzo San Giorgio, sede dell'Autorita' Portuale. Gli scaricatori, guidati dal ''console'' Paride Batini, protestano contro il neopresidente Luigi Merlo che chiede la regolarizzazione del pagamento dei canoni demaniali per i capannoni utilizzati dalla Culmv, in viale Africa.
foto
Il presidente della Camera Fausto Bertinotti e il console console Paride Batini nella sede dei 'camalli' della Compagnia Unica Lavoratori Merci varie del porto di Genova.
foto
Manifestazione lavoratori compagnia unica Culmv
foto
foto
foto
Il presidente della Camera Fausto Bertinotti fotografato a Genova, con il console Paride Batini durante una visita nella sede della Compagnia Unica del Porto di Genova.
foto
sala chiamata, anno 2002: si riconoscono Batini e Burlando
foto
Dicembre 2002: firmato il contratto della Culmv
foto
foto
foto
foto
foto
foto
foto
foto
foto

Genova - Il peso di un’eredità si misura anche dagli episodi che rimangono nella mente di chi è rimasto. Soprattutto quando sono passati dieci anni. Il 23 aprile del 2009 moriva Paride Batini e con lui un pezzo di Genova, non solo del porto, che parlava in dialetto sulle calate, in piazza e nelle segrete stanze del potere, non ancora proiettate nell’epoca social dei tweet delle riunioni. Chi è rimasto racconta chi è stato Batini e cosa ha rappresentato per la Compagnia. La città invece non si è ricordata del decennale: non lo hanno fatti i partiti che avevano messo il console della Culmv nel proprio Pantheon, ad eccezione di Mario Tullo, il “portuale” del Pd. Chi governa la Regione viene da un’altra storia, diversa e opposta da quella di Claudio Burlando, l’ex presidente che ripeteva spesso «sono figlio di un camallo».

Il porto non ci sono più D’Alessandro e Magnani, il Consorzio è sparito e Batini adesso sembra solo figlio di quel momento storico. Questi dieci anni sono stati molto lunghi ed è cambiato il mondo. «Ma noi siamo sempre gli stessi – ricorda Antonio Benvenuti – la lotta per conquistare quello che ci spetta continuiamo a farla. Certo, della scuola di Paride sono forse rimasto l’unico».

Benvenuti raccoglie l’eredita pesante del console per ragioni anagrafiche, non per impugnare lo scettro del comando di un’epoca che non c’è più: «Oggi i soci hanno ancora un senso di appartenenza e identità che è rimasto immutato da quei tempi, anche quelli più giovani» spiega il console, ma gli aneddoti sono tutti in bianco e nero, di quei tempi di lotta «a cui però doveva seguire un accordo. La tattica di Paride era chiara: la lotta per il bene della compagnia, mai fine a se stessa». Il fine che giustifica i mezzi anche quando con fiuto politico dialogava con i compagni, i preti e persino i “fascisti”. Ancora oggi gli rinfacciano di aver incontrato Publio Fiori, ministro dei Trasporti di Alleanza Nazionale, che Batini abbracciò e baciò sulle scale della sede di San Benigno dei camalli. Gli incontri con il cardinale Siri e la tecnica – disinvolta, sbrigativa, da filibustiere, ma molto efficace – con cui governava la Compagnia, allora sì divisa tra mille fazioni e rivoli con la sala chiamata invasa da 3 mila persone e un servizio d’ordine pretoriano anti-contestazione. Nella trattativa era maestro, anche di spregiudicatezza ed è una qualità che anche gli avversari gli riconoscevano. Memorabili le lotte con il presidente del consorzio del Porto, Rinaldo Magnani che metteva sempre l’aria condizionata al massimo durante gli incontri con Batini, per metterlo in difficoltà perché sapeva che il console la pativa. Al primo round vinse il vecchio leone socialista. Al secondo Batini si presentò vestito come per la campagna di Russia, qualcuno dice con Eskimo da frigo, altri raccontano che semplicemente si coibentò con i giornali spalmati tra la pelle e la camicia. E vinse così la seconda trattativa.

Quell’eredità, fatta di commedia e dramma, di lavoro e furbizia, è custodita dalla Culmv, alle prese con la fase più difficile della propria storia. Benvenuti è davvero il custode ortodosso, anche a costo di rimetterci. Come quando, non molto tempo fa, in un vertice con il ministro dei Trasporti Graziano Delrio in cui sul piatto c’era la possibilità per alcuni camalli, di essere assunti direttamente dai terminalisti, il console rispose lapidario: «L’ho promesso a Batini sul letto di morte: la compagnia non sarà mai divisa».

La Culmv a maggio ha previsto un’iniziativa per il decennale dalla scomparsa: dopo gli aneddoti e l’agiografia, le storie divertenti da raccontare rigorosamente in genovese, a 10 anni dalla morte potrebbe essere giunto il momento per tracciare il vero bilancio dell’eredità Batini: cosa sia sopravvissuto di quell’epoca, delle ombre e non solo delle luci. E del perché oggi si ricordino del console soprattutto “i vecchi” del porto.

Ci provarono a scalzarlo, con la stessa brutalità con cui lui aveva “pensionato” il console Agosti quando raggiunse i 65 anni d’età. Lui però in pensione non c’è mai andato. Al comando della Culmv c’è rimasto sino alla fine, anche quando malato diede il via libera ai suoi vice consoli, tra cui Antonio Benvenuti, per partecipare alla gara per la fornitura di manodopera in porto. Le astuzie politiche di questo avventizio cresciuto sino a diventare capo dei portuali genovesi, sono ormai leggenda. Quando per uno sgarbo elettorale in compagnia, non passò con il risultato che voleva lui, si ritirò sulle alture di Sampierdarena a giocare a carte. Era l’Aventino del futuro console e in compagnia erano preoccupati: se avesse detto anche ai suoi di non partecipare alle elezioni, non si sarebbe raggiunto il quorum per le votazioni dei vice consoli. Allora il Pci, che ai tempi era legato a doppio filo alla compagnia, mandò un giovane ambasciatore, Franco Mariani, per convincerlo a scendere dalle alture di Via San Bartolomeo del Fossato. Ma Batini lo fece rosolare per bene e solo al termine della partita, e della tensione, acconsentì a ritornare sui moli, esclusivamente perché «me lo chiede il partito». Con una frase secca, detta in genovese, avanzava credito con la politica, mostrava giudizio ed equilibrio, si presentava come salvatore e preparava la scalata alla compagnia.

Era un altro mondo quello di Batini, ma molti problemi erano sempre gli stessi: l’assillo per la chiusura del bilancio, i soldi chiesti e non sempre ottenuti, le tariffe, le lotte con i terminalisti e i dialoghi con Aldo Spinelli «uno spettacolo, che commedia!» ride ancora Benvenuti, che quella stagione l’ha vissuta tutta.

Hai poco tempo?

Ricevi le notizie più importanti della settimana

Iscriviti ››