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Navi senza equipaggi, il mercato è pronto: «Sei mesi alla svolta»

Genova - Da Fincantieri al Rina, i big del settore in prima linea verso lo shipping del futuro Monticelli (Imat): «Marittimi a rischio? No, ma serviranno nuove competenze».

Genova - La linea del tempo è tracciata: sei mesi all’introduzione della prima nave autonoma, la “Yara Birkeland”. Cinque anni dopo toccherà al primo cargo in grado di navigare vicino alla costa, ma controllato da remoto. Nel 2030 le navi guidate da un joystick, saranno in grado di attraversare gli oceani, senza la necessità del contatto visivo con la terraferma. Nel 2035 si aprirà invece l’era dei droni marittimi, quelli per cui non servirà nemmeno più il pilota davanti allo schermo di un computer. È l’industria che ha tracciato questa time line (Rolls-Royce nello specifico), ma anche gli altri attori di questa rivoluzione si stanno preparando, come ha dimostrato ieri il dibattito al quarto forum shipowners & shipbuilding organizzato da The Meditelegraph, TTM e Secolo XIX che ha contato oltre 300 partecipanti. Seastema, società di Fincantieri, sta già lavorando su questi fronti: «Abbiamo partecipato a diverse iniziative pre-competitive, in particolare programmi di ricerca sia in Italia che all’estero - spiega l’amministratore delegato Alessandro Concialini - Integriamo le soluzioni unmanned sia nel militare, lavorando con le Marine estere, sia nel settore civile, nei trasporti commerciali e turistici». Seastema da anni presidia il mercato che, per una volta, non è trainato dal militare, come conferma Concialini. L’aspetto normativo è l’altro grande tema: tracciare i confini di un mondo ancora poco reale, anche se vicino, è la sfida del Rina: «Per farlo al meglio abbiamo costruito un dimostratore, il Sand, che ci consente di verificare nella realtà ciò che per ora possiamo solo immaginare - spiega Nico Bruni, naval ships sector manager del Registro - Vogliamo studiare bene cosa accade con le navi autonome». È la Guardia costiera a dover vigilare sulla rivoluzione che sta per arrivare e l’ammiraglio Nicola Carlone, direttore Marittimo per la Liguria, ha presente le sfide che i suoi uomini dovranno affrontare. In questo quadro il rischio, come spiega il professor Rodolfo Zunino, professore associato del Diten all’Università di Genova, non arriva dalle macchine, ma dall’uomo. «È il fattore di maggiore vulnerabilità. In mezzo al mare una nave autonoma può essere attaccata attraverso il sistema di telecomunicazioni, ma le difese in quel settore si presume siano solide. Diverso è il discorso nei porti: basta un marittimo che fa un cattivo uso del pc, è la nave diventa vulnerabile». La soluzione non è eliminare l’uomo dall’equipaggio di bordo, ma è la formazione: «Già oggi il mercato chiede ufficiali laureati e con competenze manageriali - racconta Fabrizio Monticelli, direttore operativo di Imat, uno dei centri più importanti in Italia - E non sono convinto che formeremo futuri disoccupati, ma figure sempre più preparate». Le aziende sono pronte, come hanno confermato Andrea Crosetti, digital service manager di Abb e Stefano Mori, general manager, port business development di Wärtsilä, e in fondo già oggi, come ha ricordato Zunino «le navi sono più dipendenti dall’Ict (Information technology) di quanto lo siano dal petrolio».

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