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Assoporti, Genova e Venezia meditano l’uscita / IL RETROSCENA

Genova - «Qui viene giù tutto». Un veterano tra i presidenti dei porti difetta di ottimismo, ma ha il dono della sintesi. Basta vedere le crepe che si sono create negli scali italiani per capire che la situazione è molto difficile.

Genova - «Qui viene giù tutto». Un veterano tra i presidenti dei porti difetta di ottimismo, ma ha il dono della sintesi. Basta vedere le crepe che si sono create negli scali italiani per capire che la situazione è molto difficile. Adesso rischiano di diventare solchi quelle divisioni che erano già evidenti il giorno in cui Assoporti ha deciso di aprire le porte ai presidenti esterni, cambiando il modello di governo dell’associazione. La grande crisi è tutta in divenire, ma non è un mistero che due tra i principali porti del Paese, non abbiano partecipato alla “rivoluzione” di Daniele Rossi perché contrariati per forma e sostanza.

Genova e Venezia così si ritrovano alleate, dopo secoli di lotte, unite da un “nemico” comune. Assoporti ha promosso una riforma che consente anche ad un esterno, scelto per concorso, di arrivare al vertice. «Troppo poco per rilanciare il ruolo degli scali, in questo momento così delicato» è il commento non ufficiale che filtra dai palazzi di governo dei due porti. E così, pronte a far maturare un piano che era nei cassetti già prima dell’assemblea di lunedì, le due Authority guidate da Paolo Signorini e Pino Musolino starebbero persino pensando allo strappo. Adesso l’uscita da Assoporti non è più un’ipotesi remota, anzi.

La strana alleanza
Signorini e Musolino hanno storie, esperienza e sensibilità politica diversa. Eppure negli ultimi tempi il dialogo tra le due ex Repubbliche marinare si è molto intensificato.

«Con la testa i due sono già fuori dall’associazione» confida una fonte. Manca solo il corpo. Venezia forse aspetta solo il momento più opportuno, impegnata nel cercare una soluzione sulle grandi navi da crociera. Genova sta ultimando la ricerca di copertura politica di una atto dirompente. Già Luigi Merlo era uscito con polemica dall’associazione. Quella volta l’alleato, sempre sulla sponda adriatica, fu il porto di Ravenna guidato da Galliano Di Marco. Nelle prossime settimane, al culmine di una insofferenza evidente, l’Authority ligure valuterà le mosse. Con l’addio, che fonti diverse confermano, si aprirà anche un problema economico: Genova e Savona versano una quota non indifferente nelle casse di Assoporti. Ed è anche per questo che in Liguria si aspettavano di ricevere una considerazione diversa, da azionista di maggioranza. Così non è stato. Di fronte al grande caos generato dalle inchieste, dai rapporti non idilliaci con la Capitaneria e dalla debolezza nel dialogo con il ministero di Danilo Toninelli, la risposta dell’Associazione è stata quasi nulla, come fanno notare due fonti.

Il Sud in rivolta
I primi a lasciare l’associazione sono stati i porti siciliani guidati dal numero uno di Catania, Andrea Annunziata e quello di Palermo Pasqualino Monti. La situazione sembrava stabilizzata, ma è stato solo circoscritto l’incendio. Sergio Prete, il presidente di Taranto, era andato giù duro nei mesi scorsi: aveva chiesto un cambio di passo, aveva confessato di essere stato ad un passo dall’addio. Il nuovo statuto approvato lunedì in assemblea serviva anche come segnale di pace per far rientrare i “ribelli” e ritrovare l’unità, ma Monti ha subito silurato il tentativo, gelando le speranze. Prete si aspetta adesso qualche mossa concreta, guardando con insistenza il calendario: per un cenno da Assoporti c’è tempo sino a settembre, poi anche in Puglia la pazienza potrebbe finire. E a quel punto lo smottamento rischia di diventare valanga.

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