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Emergenza Arabia per i noli tanker / FOCUS

Genova - L’aumento del 20 per cento del costo del Brent alla riapertura dei mercati, questa settimana, dopo l’attacco a due impianti petroliferi in Arabia, ha messo in agitazione anche il settore dello shipping.

Genova - L’aumento del 20 per cento del costo del Brent alla riapertura dei mercati, questa settimana, dopo l’attacco a due impianti petroliferi in Arabia, ha messo in agitazione anche il settore dello shipping. Il costo del petrolio Brent è salito lunedì scorso a quasi 72 dollari al barile in conseguenza del dimezzamento della produzione saudita, per poi assestarsi a 67 dollari. Si è trattato di un record storico, la maggiore variazione giornaliera del prezzo del brent almeno dal 1988. Con gli attacchi viene colpito, secondo le stime, un volume di 5,7 milioni di barili al giorno, che rappresentano il 5 per cento dello scambio petrolifero mondiale. A questi livelli, il prezzo del bunker ad alto contenuto di zolfo (Hsfo) a Singapore, che un mese fa costava 350 dollari alla tonnellata e una settimana fa 475 dollari, potrebbe schizzare a 530 dollari.

Ma non è questa l’unica conseguenza temuta dopo l’attacco. Secondo la banca d’investimenti Cleaves Securities, il rischio è che vada sotto pressione verso il basso il livello dei noli delle petroliere. Secondo la banca, inoltre, questi attacchi preludono a nuovi attacchi alle spedizioni nell’area dello stretto di Hormuz, che chiude il golfo Persico.

A sua volta, l’istituto Eastport research and Strategy di Singapore ha avvertito che i più immediati danneggiati da questa situazione potrebbero essere gli armatori che hanno investito nella tecnologia degli scrubber per le proprie navi, confidando in un basso prezzo del bunker. «L’aumento del prezzo del brent - ha spiegato Eastport - può mettere ulteriore pressione sul prezzo del bunker. La fornitura di Hsfo si è già ridotta in molti porti di bunkeraggio a causa dello spostamento delle richieste da combustibili a alto tenore di zolfo a quelli a basso tenore di zolfo».

Oltre alle Vlcc, un altro segmento che rischia di essere colpito è quello delle navi per il trasporto del gas di petrolio liquefatto (Lpg), che rappresenta il 35 per cento della domanda di stiva in cisterna dal Medio Oriente. Dei 38,8 milioni di tonnellate esportate nel 2018, il 55 per cento proveniva dall’Arabia Saudita.

Secondo un’analisi dell’esperto cinese Cichen Shen sul “Lloyd’s List”, tuttavia, se l’Arabia Saudita, come sembra intenzionata, interverrà a coprire le forniture attingendo alle riserve prima che termini al stagione di picco, per le Vlcc potrebbe esserci un effetto di rimbalzo sui noli «maggiore di quanto atteso». La situazione potrebbe essere tamponata se l’Arabia Saudita riuscisse a ridurre il taglio delle forniture da 5 milioni a 2 milioni di barili al giorno. A questo livello, il gap potrebbe essere colmato dalla produzione proveniente da Stati Uniti e Africa occidentale. L’Arabia aveva una riserva di 188 milioni di barili di greggio a giugno. Secondo le fonti del giornale inglese questo permetterebbe di coprire un mese di forniture saudite in caso di totale mancanza di produzione. L’attacco agli impianti sauditi è stato compiuto da droni ed è stato attribuito alla fazione Huthi che combatte nello Yemen contro la fazione filo-saudita. Gli Stati Uniti hanno accusato l’Iran di essere dietro l’attacco, ma il governo di Teheran ha respinto l’ccusa negando proprie responsabilità.

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