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Industria crocieristica, nuovo attacco cinese alla concorrenza occidentale

Genova - Il mega incubatore avrà una superficie di due chilometri quadrati e sarà guidato da Cssc, il gigante statale che Pechino intende utilizzare per provocare un terremoto nel business delle crociere.

Genova - Pechino vuole trasformare Shanghai nella nuova capitale mondiale delle crociere, ma la Cina, almeno in quel settore, parte da zero. O quasi. E il governo vuole fare in fretta, scalando la vetta in pochi anni, convinto che l’Asia rappresenti il futuro del settore della navi passeggeri. Solo i cinesi possono permettersi sogni di questo tipo, ma possiedono anche i soldi per realizzarli: sul piatto ci sono sette miliardi di dollari di investimenti statali per creare nel distretto di Baoshan, un “quartiere” da quasi 1,5 milioni di abitanti, il nuovo parco industriale dedicato alle crociere. Sarà il quartier generale dell’industria in Cina: costruzione di navi, ricerca, allestimenti e refit. Il mega incubatore avrà una superficie di due chilometri quadrati e sarà guidato da Cssc, il gigante statale che Pechino intende utilizzare per provocare un terremoto nel business delle crociere. Il colosso navalmeccanico svilupperà con il governo il grande polo, ma dovrà anche portare Shanghai in cima alla classifica mondiale dei terminal crociere. Sono gli obiettivi fissati da Pechino che prevede entro il 2030 una flotta di navi made in China di almeno una decina di unità, tutte schierate sui mari asiatici.

Cscc ha stretto un’alleanza con il gruppo italiano Fincantieri e Carnival, primo gruppo crocieristico al mondo, proprio per lo sviluppo del settore nel Paese, soprattutto sul fronte della costruzione. In fondo, come rimarcano i media cinesi che riportano i piani del governo, lo spazio di mercato esiste: l’Europa, raccontano in Asia, ha il monopolio della costruzione di navi da crociera, ma la domanda delle compagnie doppia rispetto all’offerta. I grandi gruppi hanno piani ambiziosi di espansione della flotta, e i cantieri oggi sono travolti da un numero sempre crescente di ordini. Così Pechino è convinta di poter attirare in Cina le compagnie che hanno fretta di schierare le proprie navi e ora non trovano spazi per costruire nei cantieri europei. Il mini rimbalzo Il governo cinese è convinto di arrivare a 30 milioni di passeggeri entro il 2050 e superare i 14 milioni nei prossimi 15 anni. Per questo sta mettendo in campo maxi investimenti nel settore. Perché Pechino ritiene che serviranno centinaia di navi solo per soddisfare le esigenze del mercato interno.

Non tutti gli analisti però ostentano questo ottimismo. Gli esperti di Cruise Industry News, ad esempio, frenano gli entusiasmi. Dai dati e dalle previsioni pubblicate ieri, la quota di mercato della Cina crescerà anche nei prossimi anni, ma non sarà a ritmi elevati: oggi il Dragone pesa sul mercato mondiale per una quota pari al 7,2%, in ribasso rispetto all’anno scorso e al 2017. Il segno negativo sarà interrotto solo nel 2020, ma non tornerà ai livelli pre-crisi, quando le compagnie hanno cominciato a riposizionare le proprie navi, portandole via dell’Asia. Non è stata però una fuga: Costa, Royal Caribbean, Norwegian, Msc e molte altre, hanno mantenuto presìdi forti nel Far East, anche perché la quota di mercato cinese è destinata a sfiorare il 10% nel 2021. La curva è tornata a salire, ma non ancora ai livelli di due anni fa. Sulla capacità passeggeri, la Cina e l’area del Pacifico hanno perso in un solo anno il 7% e il 12% rispettivamente. A Pechino non è preoccupata e sul tavolo delle crociere scommette sette miliardi di dollari. —

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