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Demaria (Ucina): «Sì alla riunificazione, ma noi non ci sciogliamo» / INTERVISTA

Roma - «Non saranno le esternazioni alla stampa a risolvere i problemi». Per Carla Demaria il problema è la scissione dell’industria nautica in due associazioni.

Roma - «Non saranno le esternazioni alla stampa a risolvere i problemi». Per Carla Demaria il problema è la scissione dell’industria nautica in due associazioni: nel 2015 era appena salita alla presidenza Ucina quando 25 aziende, in prevalenza costruttori di superyacht, lasciarono la Confindustria nautica per fondare Nautica Italiana. «Da quando sono stata eletta - dice Demaria a margine dell’assemblea dei soci - mi affanno per cercare una riappacificazione. Se non sono ancora riuscita a farlo è perché la questione è delicata e complessa».

Demaria allude all’intervista rilasciata sul Secolo XIX di lunedì dal presidente di Nautica italiana Lamberto Tacoli, dove invita a sciogliere le due associazioni per costituire una “Confindustria del mare”. Proposta irricevibile per Ucina, che con quasi 70 anni alle spalle non ha voglia di scomparire, e che presenta la controfferta: «Ho già illustrato due settimane fa ai vertici di Confindustria il progetto di una possibile riconciliazione che però - sottolinea Demaria - non passa dallo scioglimento di Ucina».

Sarà una nuova associazione, con un nome nuovo, a riunire le due anime?

«Posso solo dire che il progetto è già stato approvato dal consiglio di Ucina e che sono fiduciosa di chiudere la presidenza, a maggio, con questo risultato».

Lei arriva da una fase difficile della sua carriera, ha lasciato la presidenza di Monte Carlo Yachts in rotta con l’azionista di maggioranza, il gruppo francese Beneteau.

«È stata una fase difficile, ma è passata. Durante questo periodo transitorio il mio incarico in Ucina lo ha ricoperto il vice-presidente Andrea Razeto. Non potevo presiedere l’associazione perché non ero più rappresentante di un’azienda».

E ora?

«Ho un nuovo lavoro presso i cantieri Sanlorenzo di Massimo Perotti».

Con quale incarico?

«Lo comunicheremo presto, ufficialmente. Ma sono molto felice. Sono fortunata, ho lavorato con i grandi del settore: Azimut, Beneteau e oggi il più visionario di tutti, Perotti».

L’assemblea ha fissato la data del prossimo Salone nautico, 19-24 settembre. Che anno sarà il 2019?

«Non ancora ai livelli pre-crisi, quei sei miliardi di fatturato del 2008, ma sarà molto lontano dai 2,4 miliardi del 2014, l’anno più buio. Nel 2018 le nostre aziende chiudono con un fatturato complessivo di circa quattro miliardi, +9,5% rispetto al 2017. Per il 2019, il sondaggio promosso tra gli iscritti induce all’ottimismo: il 63% dichiara, in base al portafoglio ordini, un’ulteriore crescita del fatturato. In genere queste nostre stime trovano conferma nella realtà».

Quali comparti sono cresciuti di più?

«Il quadro è omogeneo. La vela è cresciuta non in termini numerici ma dimensionali. Si è visto anche all’ultimo Salone di Genova, dove le barche erano mediamente più grandi che in passato. Anche le barche a motore, grazie ai nuovi potenti motori fuoribordo, sono cresciute in dimensioni, così come i catamarani».

Perlopiù imbarcazioni di lusso, destinate soprattutto a un mercato straniero?

«Nella nautica l’export ha un peso schiacciante: il 63% quest’anno, il 98% nell’orribile 2014. Esportiamo in Europa, e naturalmente in Nord America che resta di gran lunga il mercato più grande».

E in Asia?

«Meno, l’Asia è stata una grossa delusione. Hong Kong e Singapore vanno bene, ma la Cina ha ancora troppi problemi, non ha le condizioni base per lo sviluppo che ci eravamo prefissati».

Quanto queste esportazioni vi espongono alla concorrenza straniera?

«L’Italia è ancora una potenza economica mondiale; la nautica è una potenza nella potenza, ma ha bisogno di aiuto. Penso al piano Industria 4.0 varato dal precedente governo, e che il governo attuale sta tagliando. Ma è fondamentale: la digitalizzazione dei processi non è una scelta, è un obbligo per chi vuole fare impresa. La piccola dimensione delle aziende italiane non ci agevola, ma occorre una regia. Mi auguro che la politica lo capisca».

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