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Bancarotta fraudolenta, arrestati due imprenditori della nautica

Ravenna - La Guardia di Finanza del comando provinciale di Ravenna ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal Gip ravennate

Ravenna - La Guardia di Finanza del comando provinciale di Ravenna ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal Gip ravennate, nei confronti di due imprenditori indagati per bancarotta fraudolenta e omesso versamento di ritenute fiscali.
Le indagini svolte dalle Fiamme Gialle del nucleo di Polizia economico-finanziaria di Ravenna, coordinate dalla locale Procura della Repubblica, hanno fatto luce sul fallimento di un’importante società nautica con sede a Cervia, operante a livello nazionale e «deliberatamente condotta al fallimento attraverso una sistematica opera di spoliazione del patrimonio aziendale». L’operazione è stata denominata “Arca di Noè”.

Le due persone arrestate sono marito e moglie, entrambi di 60 anni, residenti nel Forlivese ma da molti anni operanti a Montaletto di Cervia, nel Ravennate, dove aveva sede la società, poi dichiarata fallita nel 2016, di cui erano presidente e vicepresidente. I due sono stati raggiunti in mattinata dalle Fiamme Gialle ravennati in esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip Corrado Schiaretti su richiesta del Pm Daniele Barberini per bancarotta fraudolenta (tentata e consumata) e per omesso versamento di ritenute fiscali. Il provvedimento è stato adottato sulla base delle verifiche svolte dai finanzieri del nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Ravenna circa il fallimento di una importante spa che operava a livello nazionale nella costruzione di imbarcazioni a motore e a vela, zattere di salvataggio, motori marini, strumentazione elettronica navale e arredamento nautico e che, secondo l’accusa, è stata deliberatamente condotta al collasso attraverso una sistematica opera di spoliazione del patrimonio.

L’indagine era partita un paio di anni fa a seguito di una verifica fiscale nel corso della quale la Finanza aveva ipotizzato condotte fraudolente da parte dall’amministratore della società e dalla moglie, a sua volta vicepresidente del consiglio di amministrazione, mirata a delocalizzare risorse finanziarie verso un’impresa tunisina attraverso il pagamento di prestazioni per lavorazioni su scafi non adeguatamente documentate e prive di valide ragioni economiche. Subito dopo la conclusione della verifica, grazie alla quale era stata recuperata una base imponibile di circa 7 milioni di euro, i vertici societari avevano presentato domanda di ammissione al concordato preventivo, poi respinta dal Tribunale di Ravenna.
Secondo l’indagine, tra il 2013 e il 2015, quindi poco prima di fare domanda di concordato, i due avevano distratto 10 milioni di euro facendoli confluire verso la società tunisina, da loro stessi controllata, attraverso una serie di operazioni commerciali pianificate ad arte. Come pagamenti per lavori su barche mai eseguiti, acquisizione di partecipazioni della società estera dal valore quasi nullo per circa 3 milioni e 200 mila euro, nonchè l’annullamento di un credito commerciale per oltre 4 milioni di euro. Nel medesimo periodo, i due avrebbero tentato di svuotare le casse societarie con prelievi di contante, emissione di assegni circolari e richiesta di bonifici a favore di una società con sede a Dubai per ulteriori 7 milioni e 200 mila euro, operazioni in parte non andate a buon fine in quanto nel frattempo le banche erano state informate della procedura concorsuale in atto.

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