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Ilva a Mittal, slitta il responso dell’Ue

Taranto - La necessità di approfondire l’istruttoria sul dossier Ilva avrebbe spinto l’Antitrust europeo a prendere più tempo prima di pronunciarsi sull’acquisizione dell’azienda italiana dell’acciaio da parte di Am Investco, la società nella quale è leader Arcelor Mittal, big mondiale della siderurgia

Taranto - La necessità di approfondire l’istruttoria sul dossier Ilva avrebbe spinto l’Antitrust europeo a prendere più tempo prima di pronunciarsi sull’acquisizione dell’azienda italiana dell’acciaio da parte di Am Investco, la società nella quale è leader Arcelor Mittal, big mondiale della siderurgia. È quanto si apprende da fonti sindacali che manifestano la loro preoccupazione in proposito. È il secondo rinvio che arriva da Bruxelles, dopo quello delle scorse settimane, quando era stato annunciato che il pronunciamento era slittato da fine marzo ai primi di aprile, e ora si va al 25 maggio.

Se quest’ultima scadenza sarà confermata e non subirà anch’essa slittamenti, la Unione europea si pronuncerà sull’acquisizione di Ilva da parte di Am Investco ad un anno dalla conclusione della gara di aggiudicazione lanciata dai commissari straordinari. Era infatti lo scorso 5 giugno quando i commissari Gnudi, Laghi e Carrubba dissero che la gara per l’Ilva era stata vinta da Am Investco, ovvero Arcelor Mittal-Marcegaglia, quest’ultimo con una quota di minoranza. Il dossier Ilva, però, non è stato trasmesso subito all’esame di Bruxelles. L’Antitrust europeo, infatti, se ne è cominciato ad occupare solo dalla fine del 2017 e la questione è risultata subito complessa.

Già mesi addietro il commissario europeo alla Concorrenza, Margrethe Vestager, aveva fatto presente che l’operazione, così come era stata presentata e con i soggetti in campo, non poteva andare. Am Investco infatti metteva insieme il maggior produttore mondiale dell’acciaio, Arcelor Mittal, col maggior trasformatore europeo, Marcegaglia, e questo avrebbe significato una distorsione della concorrenza, con riflessi negativi per il mercato del Sud Europa e soprattutto per le piccole e medie imprese.

Emerse allora la richiesta Ue di modificare la compagine societaria e la sua articolazione operativa, nel senso che Mittal avrebbe dovuto cedere l’impianto italiano ex Magona di Piombino (c’è l’interesse di Arvedi) mentre Marcegaglia sarebbe dovuto uscire da Am Investco. In tal senso si è affacciata l’ipotesi di un ingresso, al posto di Marcegaglia, di Banca Intesa, già partner di Am Investco, nonché di Cassa Depositi e Prestiti. Quest’ultima stava inizialmente nella cordata concorrente Acciaitalia, quella guidata da Jindal e che è uscita battuta da Am Investco.

Sulla trattativa europea, Mittal ha assicurato nei mesi scorsi che era in corso un negoziato serrato con Bruxelles e che ci si stava confrontando punto su punto con l’Antitrust. Da parte della Ue invece si è ribadita la necessità di fare un’analisi approfondita vista la posta in gioco e l’ingresso in campo di un leader mondiale come Mittal. Certo è che se la Ue dovesse chiedere a Mittal ulteriori disimpegni per mantenere l’Ilva, Mittal sa già che non potrà fare alcun taglio nel perimetro Ilva. Il contratto firmato con i commissari, e approvato dal governo italiano, esclude infatti tagli di capacità produttiva negli stabilimenti italiani.

Il rinvio di Bruxelles preoccupa intanto i sindacati: perché non vedono ancora chiaro il futuro dell’Ilva e, dicono, più tarda l’ingresso dell’investitore, più tarda l’avvio degli investimenti e del piano di rilancio dell’azienda. L’Ilva, anche per i vincoli ambientali, sono ormai alcuni anni che «viaggia» su un battente produttivo attorno ai cinque milioni di tonnellate, meno di quanto le autorizzazioni prevedono. Ovvero sei milioni di tonnellate sin quando non si mettono a posto gli impianti e non si attuano tutte le prescrizioni del risanamento. È chiaro che uno stabilimento che ha un passo di marcia ben al di sotto delle sue potenzialità, otto milioni di tonnellate annue, genera diseconomie.

A ciò si aggiunga che sono alcuni anni che il personale Ilva è tra contratti di solidarietà (prima) e cassa integrazione (adesso), anche se in una versione economica rafforzata grazie ai provvedimenti del governo. Questo tuttavia non sminuisce le preoccupazioni dei sindacati, i quali lamentano la stasi e sottolineano come diversi impianti fermi in Ilva si traducano in non lavoro per gli operai. Infine i sindacati non trascurano il fatto che anche l’incontro del 21 marzo al Mise, come quello che era stato fissato per il 9 marzo, è stato annullato. Ci si sarebbe dovuti incontrare con Am Investco, commissari e governo per riprendere una trattativa ferma ormai da settimane. Ma qui sembra pesare più il post voto e i nodi politici derivanti dal risultato del 4 marzo che altre ragioni. Da rilevare che il vertice del 21 marzo altro non era che una riprogrammazione di quello inizialmente fissato per il 20 marzo. Adesso è rimasto in calendario solo l’incontro del 29 marzo al quale potrebbe affiancarsi un altro incontro in aprile (circola la data del 4 ma non è confermata). Tra Am Investco e sindacati le posizioni sono rimaste distanti. I tentativi di provare una stretta, pure effettuati negli ultimi incontri, non hanno sortito effetto.

Sull’occupazione, i sindacati chiedono che non vi siano esuberi e che tutti i 14 mila dell’Ilva siano ricollocati anche attraverso un piano graduale sino al 2023, anno in cui l’azienda dovrebbe essere a regime. Mittal invece tiene ferma la linea dei mesi scorsi: assunzione dall’amministrazione straordinaria con passaggio ad Am Investco solo per 10 mila unità lasciando gli altri 4.000 alla gestione dei commissari che dovrebbe impiegarli nelle opere di bonifica di quelle aree della fabbrica che non rientrano nelle competenze dell’investitore.

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