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«Porto di Genova, traffico d’auto per finanziare la jihad»

Genova - Svolta nell’inchiesta, la Finanza scopre 400 viaggi sospetti in meno di due anni verso il capoluogo ligure.

Genova - I numeri dicono che c’è (molto) più della sensazione d’un fenomeno storto. Le cifre crude raccolte dalla Guardia di finanza dimostrano che il traffico d’auto dalla Libia all’Italia, e da qui all’Europa centrale attraverso il porto di Genova, è valso negli ultimi due anni scarsi almeno 10-12 milioni di euro, per 400 viaggi complessivi. E considerato che, in base a una serie di documenti sequestrati dalle Fiamme gialle e ai contatti “mappati negli ultimi dodici mesi, quel viavai di mezzi è finalizzato con ogni probabilità a finanziare cellule jihadiste, ce n’è abbastanza per accelerare con l’inchiesta.

Ricordiamo: l’ipotesi del pm Federico Manotti (pool antiterrorismo) è che i proventi della compravendita siano finiti in buona parte a una cellula fondamentalista del Nordafrica, e cinque libici sono indagati per «associazione con finalità di terrorismo». Il sospetto era già affiorato nelle prime settimane del 2016, quando furono intercettati sulle banchine movimenti simili a quelli registrati negli ultimi mesi. Dopo la fiammata iniziale il fenomeno pareva esaurito, mentre lo screening del periodo agosto-dicembre ha certificato un’escalation delle “missioni” e permesso di circoscrivere un gruppo evidentemente organizzato. I personaggi finiti nel mirino hanno compiuto blitz in serie attraverso l’Italia, in primis tramite il porto del capoluogo ligure, ma anche a Palermo e a Livorno. È il caso per esempio di Mohamed Abughofa, libico di 34 anni sbarcato cinque volte tra l’1 agosto e il 28 novembre scorso, sempre con un’auto diversa. O dei fratelli Hatem ed Eijab Gdara, 36 e 34 anni, il primo individuato due volte e il secondo quattro tra il 14 ottobre e il 12 dicembre, in ogni occasione con una vettura differente. O ancora di Mohammed Alkourgaly, 36 anni, doppio sbarco censito nel giugno 2016.

Traditi dai documenti
Perché sono ritenuti contigui al fondamentalismo? Gli elementi cruciali sono due. Da una parte una serie di documenti sequestrati nelle vetture di alcuni sospettati, carteggi su altre indagini in materia di finanziamento alla jihad con il traffico di veicoli, corredati da una sorta di vademecum difensivo. Dall’altra ci sono i contatti strettissimi con un imam ultra-radicale residente in provincia di Genova, il marocchino Mohamed Naji, 33 anni. È stato lui a fornire spesso una base d’appoggio ai libici che sbarcavano in Liguria, si è scoperto che ha a sua volta fatto il commerciante di automobili (ancorché ufficiosamente) e sempre lui nelle ultime settimane si è visto respingere dalla questura la richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno. «È pericoloso», scrive il questore Sergio Bracco nel suo provvedimento, richiamando altri accertamenti della Digos.

Censimento decisivo
Vari sospettati per il viavai di jeep e Suv erano stati fermati sulle banchine durante controlli estemporanei per il reato di contrabbando “semplice”, ma la legge italiana in materia è rigida e il tribunale li ha quasi sempre liberati con annessa riconsegna dei veicoli. Sono stati la serialità degli sbarchi, e la vicinanza di molti protagonisti a frange estremiste, a indirizzare il pool genovese verso un’indagine più strutturata. Senza dimenticare che a settembre il Casa (Comitato analisi strategica antiterrorismo del Viminale) stoppò il progetto, già ben avviato, d’un traghetto che collegasse direttamente la Libia a Genova. Il censimento compiuto dai finanzieri del Secondo gruppo rappresenta insomma la chiusura del cerchio, fornendo una dimensione del fenomeno (giro da 10-12 milioni suddiviso in 400 viaggi) forse più ampia di quanto si aspettassero gli investigatori stessi.

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