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Bianchi: «Senza rinfuse a Genova siamo a rischio estinzione» / INTERVISTA

Genova - «Sono preoccupato per il destino dei carbuné: manca una strategia e il tempo stringe».

Genova - «Sono preoccupato perché vedo una mancanza di strategia e un’operazione che attualmente dà poche garanzie ai lavoratori della Compagnia Pietro Chiesa». Tirreno Bianchi, il console della compagnia dei carbuné, è preoccupato per il destino dei 30 soci, dopo l’operazione che ha portato al cambiamento dell’azionariato del terminal: l’80% è stato acquisito da Spinelli e da Msc. «Con questo cambio è difficile pensare che in quel terminal si faranno ancora rinfuse» spiega Bianchi.

I nuovi soci del terminal vi hanno chiamato?

«Guardi io so che i creditori del terminal hanno già ricevuto proposte perché accettino un accordo al 70%. Spero che non mi chiamino per fare una proposta simile, che è inaccettabile per noi».

Il terminal vi è debitore di quanto?

«Di circa 140 mila euro. Per la nostra compagnia sono soldi vitali per l’esistenza. Non c’è spazio per eventuali accordi diversi».

Che destino avrà la compagnia con il cambio di proprietà?

«Con questa operazione non si faranno più rinfuse a Genova. Secondo me è un grave errore, non c’è una visione strategica».

Ma l’Authority dice che nel piano di specializzazione le infuse andranno a Savona…

«Guardi che è la merce a decidere dove andare, non spetta alle Authority. A Genova ci sarebbe ancora spazio per questa tipologia di merce. E poi parliamo tanto dei porti del Nord Europa, ma a Rotterdam e ad Anversa le rinfuse vengono movimentate».

Sotto la lanterna invece arriveranno container e trailer.

«Ma non si può vivere solo di contenitori! E poi non è detto che Savona sia in condizione di diventare il polo rinfuse: i terminal stanno cambiando pelle con una certa rapidità a Genova - e anche Savona potrebbe non essere immune da mutamenti che cambieranno la natura e l’uso delle banchine».

Si dice che nel piano potrebbe essere previsto un assorbimento dei carbuné come dipendenti della nuova società o nei gruppi che hanno rilevato la maggioranza.

«Io non ho visto nessun piano e non ho avuto nessun segnale. E comunque che me lo dicano: se è una delle soluzioni, parliamone. È chiaro che questo percorso porterebbe alla liquidazione della Pietro Chiesa e non è un’operazione che si può fare dall’oggi al domani».

Quale sarebbe l’altro percorso per salvare la compagnia?

«Qualcuno deve spiegarmi che cosa si vuol fare. E a farlo deve essere l’Authority. Noi siamo un articolo 16 anomalo, praticamente un 17. Si potrebbe anche avviare un processo di copartecipazione al lavoro con la Culmv e attivare una reciprocità delle chiamate. Nel senso noi e la compagnia, secondo le esigenze, chiamiamo i soci dell’una e dell’altra. Certo mi devono dire cosa devo fare. E poi abbiamo fretta… »

Quanta fretta?

«I tempi sono importanti. Lavoro nel terminal ora ce n’è, ma è poco. I lavoratori che sono lì hanno diritto a essere informati. Signorini si era preso un impegno per un incontro dopo il 9 maggio: facciamo presto».

Che cosa vi preoccupa di più?

«Il tempo è tiranno, sia dal punto di visto economico sia per la pazienza. Ci stiamo stufando di questa incertezza. Il discorso è chiaro: che fine facciamo? Serve una soluzione e la chiediamo all’Authority. Rischiamo di far scomparire una compagnia storica della portualità italiana perché non siamo in grado di fare una scelta strategica».

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