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Dal liceo classico alla Culmv, il console Benvenuti si racconta / INTERVISTA

Genova - «Se mi ricandido? Non lo so. Di sicuro lo faccio se la Compagnia è in difficoltà e la mia presenza è utile, perché non sono uno che scappa davanti ai problemi».

Genova - «Se mi ricandido? Non lo so. Di sicuro lo faccio se la Compagnia è in difficoltà e la mia presenza è utile, perché non sono uno che scappa davanti ai problemi». Sessantasei anni, tifoso sampdoriano, figlio unico di madre protestante e padre operaio, il console della Culmv, Antonio Benvenuti, nella vita non è mai scappato. Dice che non lo farà da console dei camalli e non lo ha fatto nemmeno quando l’allora fidanzata - oggi moglie e compagna di «scelte di vita fatte insieme» - rimase incinta.

Lei e Patrizia avete avuto Claudia giovanissimi.
«Io avevo 22 anni. Patrizia l’ho conosciuta negli anni del liceo, eravamo in compagnia insieme. Mi ero iscritto a Giurisprudenza, quando lei è rimasta incinta ho cercato un lavoro e ci siamo sposati».

Come hanno reagito le famiglie?
«Diciamo che nessuno era contento, ma noi sì. Ai tempi si usava così, si aveva voglia di andar via di casa».

Il primo impiego fu al cotonificio di Cornigliano.
«Lavoravo a chiamata. Nel ‘74 la Culmv fece un bando pubblico e io, pur non essendo figlio di un portuale, riuscii a entrare».

Come?
«Avevo requisiti, ottenni un punteggio alto: disoccupato con moglie e figlia a carico, avevo preso la patente per le macchine operatrici e per studiare le sequenze del lavoro portuale girai il porto per 15 giorni a piedi per vedere come funzionava».

Chissà che festa in casa.
«Beh, il salario era una volta e mezzo quello di un operaio dell’Ansaldo».

Prima di diventare ispettore e responsabile della chiamata, di merce in porto ne ha scaricata tanta. Ricorda la fatica?
«Belin!, ai tempi non c’erano i container. Scaricavamo la ghisa a mano, blocchi da cinquanta chili, i sacchi di sesamo da cento chili sulla schiena, i tonni congelati».

Coi tonni congelati come funzionava?
«Erano un blocco unico di ghiaccio, li staccavi col palanchino e te li caricavi sulla schiena. Sul ghiaccio in stiva si scivolava da matti, cadevi, ti rialzavi e via».

Gli incidenti dei compagni?
«Ti resta l’immagine in testa e non te la togli più. Il senso di impotenza, la necessità di restare lucido e chiamare i soccorsi, il pensiero di come dirlo alla moglie».

Fu Paride Batini a chiederle di dargli una mano.
«C’era bisogno di formare i giovani. Poi lui si ammalò».

Eravate amici?
«Come si può essere amico di un grande capo».

Con Claudia bambina giocava?
«Ero sempre fuori per lavoro e politica. La sera disegnavamo. Ora mi rifaccio con mio nipote, che gioca a pallone come me da ragazzo. Peccato sia genoano».

Militante di Lotta Comunista. Che senso ha oggi?
«È questione di conoscenza, mi fa capire come gira il mondo, la dialettica politico-economica».

Cosa c’
è dopo la morte?
«Cosa vuole che ci sia? Quello che abbiamo fatto in vita, quello che lasciamo, il ricordo di qualcuno».

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