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«Buon inizio, ma la riforma va completata» / INTERVISTA

Genova - Il parere del professor Francesco Munari. «Il Comitato di gestione? Meglio del Comitato portuale, perché separa il regolatore dai regolati».

Genova - A che punto è l’applicazione della riforma portuale nei porti di Genova e Savona, oggi sotto l’unico cappello dell’Autorità di sistema portuale del mar Ligure occidentale? «È ancora abbastanza in itinere» risponde Francesco Munari, avvocato, docente all’Università di Genova e esperto di diritto dei porti. «Si sono avviate una serie di procedure. Altre sono da mettere a punto».

L’Autorità portuale la dà quasi per conclusa. Che cosa manca?

«Diverse prassi si erano sviluppate fra i due porti e non sempre l’imposizione di una prassi sull’altra riesce immediata. Poi c’è un problema di organigrammi, di funzionigrammi. Uno dei temi è capire se ci dev’essere un direttore di scalo anche a Genova come a Savona, oppure se Genova, essendo lo scalo principale non ne abbia bisogno».

A Savona è stato nominato un direttore di scalo?

«Non ancora. Mi risulta che a Savona i funzionari che prima prendevano le decisioni in autonomia, adesso siano soggetti a una verifica da parte di Genova. Questo può causare delle difficoltà iniziali che sono fisiologiche perché si aumentano i livelli decisionali e bisogna digerire il nuovo meccanismo. Per il resto mi sembra che la fusione sia stata fatta bene, senza intoppi, salvo il lavoro che questa fusione determina».

Cioè?

«Per esempio il segretario generale di Genova prima si occupava soltanto di Genova, adesso deve occuparsi di tutti e due i porti. Le varie funzioni che prima non erano fra loro coordinate adesso bisogna coordinarle e questo può voler dire, almeno inizialmente, più lavoro per conoscersi. Ma la logica è quella di un efficientamento e mi auguro che questo avvenga. Doversi far carico di uniformare le pratiche con Savona è complesso. Per esempio sul famoso testo del nuovo atto di concessione demaniale standard con i terminalisti sono mesi che si lavora, ma non risulta che ci sia ancora un testo che funziona o che sia apprezzato da tutti e comunque non è stato ancora ufficialmente adottato.

Che cos’altro manca?

«La cosa più eclatante a Genova è che il Comitato di gestione è ancora incompleto. Questo, come dire, la dice lunga. Il Comune di Genova non si è ancora espresso».

Però c’è Marco Doria.

«Ma non dovrebbe starci. Non doveva starci prima e non dovrebbe starci adesso. Mi risulta fra l’altro che il collegato porti abbia espressamente escluso le cariche politiche nel Comitato di gestione, quello che si è sempre detto e che qualche porto si è dimenticato lasciando i rappresentanti politici nei Comitati di gestione. Con questo abbiamo chiuso le ambiguità, speriamo».

Gli operatori erano preoccupati di non sedere più in Comitato. Questo ha avuto conseguenze nel rendere più difficili i rapporti fra l’Autorità e gli operatori?

«Non direi. E’ molto meglio il Comitato di gestione rispetto a quello che era prima il Comitato portuale perché si crea una chiara separazione fra il regolatore e i soggetti regolati. Le categorie la loro voce la possono fare sentire e la fanno sentire. Il Comitato portuale era una vecchia reliquia del Consorzio autonomo del porto di Genova che era stata importata nella legge 84. Adesso finalmente ce ne siamo liberati».

Il porto di Savona temeva di diventare secondario. E’ stato così?

«Secondo me è un rischio che non c’è mai stato e che non c’è. Non mi pare che ci siano neppure lontanamente segni di marginalizzazione di Savona. Sotto questo profilo c’è attenzione assolutamente equivalente per i due porti. La mancata nomina del direttore non incide su questo, perché a Savona ci sono persone che stanno facendo il loro lavoro e perché il direttore di scalo, per come prevede la legge, non ha poteri straordinari. Savona deve considerarsi null’altro che un pezzo della stessa Authority. Il problema della capacità decisionale riguarda tutti. All’inizio si deve fare un po’ di rodaggio, mi auguro che sia soltanto rodaggio».

Con la presidenza di Luigi Merlo, Genova era uscita da Assoporti perché si sentiva marginalizzata a Roma, ad esempio rispetto ai porti di transhipment. Adesso l’asse dell’attenzione nazionale sembra essersi spostato verso l’Adriatico. E’ un’impressione sbagliata?

«Direi di sì. Il mugugno fa parte del carattere genovese. I porti si promuovono se sono guidati da persone in gamba, non a seconda di come si chiama il porto».

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