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Deposti costieri Trieste, chiesto il fallimento

Trieste - L’azienda è schiacciata da 41 milioni tra debiti con Fisco e sanzioni. Il procuratore capo di Trieste: «L’iniziativa prefettizia sottintende un’infiltrazione mafiosa all’interno della struttura portuale». E mette in guarda sulla crescita del fenomeno, non solo nello scalo giuliano, ma anche a Genova

Trieste - La Procura della Repubblica ha chiesto al Tribunale di Trieste, Sezione Fallimentare, di dichiarare il fallimento della società Depositi costieri Trieste, una realtà che da tanti anni opera nel porto giuliano.

Lo rende noto la stessa Procura precisando che è stata «accertata la sussistenza dei presupposti di fallibilità della società» in merito «alla situazione di insolvenza, che a partire dall’ottobre 2016, si era verificata in coincidenza con la notifica dei primi avvisi di pagamento da parte dell’Agenzia delle dogane». La Depositi costieri Trieste ha accumulato un debito «verso l’amministrazione di oltre 32 milioni di euro, cui si aggiunge un debito di oltre nove milioni di euro per sanzioni». L’amministrazione finanziaria, si apprende, ha negato il proprio consenso alla proposta transattiva.

La Procura ha puntualizzato che «grazie anche agli accertamenti degli uomini del nucleo della Guardia di finanza di Trieste si sono delineati i termini dell’operazione di acquisto» della stessa Depositi costieri Trieste da parte di un’altra società, la Life: «Le quote della Depositi costieri erano di proprietà della Giuliana Bunkeraggi, di cui il triestino Franco Napp era amministratore e socio. Dal 1 giugno 2017 la Bunkeraggi ha ceduto l’intera partecipazione in Depositi costieri alla Life al prezzo di 4,5 milioni. La Life - precisa la Procura - è composta da soci prevalentemente nativi della Campania».

«L’iniziativa prefettizia sottintende un’infiltrazione mafiosa all’interno della struttura portuale di Trieste, la quale struttura è in trend estremamente positivo, così come il porto di Genova, secondo quanto riportano studi specialistici. Occorre rimodulare l’organizzazione interna del porto per quanto concerne sorveglianza e intelligence, proprio ai fini di evitare meccanismi di infiltrazione tesi a guadagnare il futuro economico dell’ente porto, a Trieste come altrove». È il commento del Procuratore capo di Trieste, Carlo Mastelloni, ai provvedimenti della Procura e della Prefettura nei confronti della società Depositi costieri Trieste.

Per Mastelloni i porti sono «vere metropoli e quindi è ovvio che le strategie e gli appetiti della criminalità organizzata ne tengano conto e facciano tentativi per accaparrarsi zone al loro interno in vista di traffici illeciti. A Trieste, dove si stanno facendo modifiche strutturali e progetti anche politici, è importantissima la vigilanza».

L’attenzione degli organi di polizia si focalizza sulla società Depositi costieri Trieste del porto giuliano quando si riscontra che il debito per mancato pagamento delle accise ammonta a cifre preoccupanti. Un debito erariale che risale ad anni fa ma che si è consolidato in sostanza negli anni tra il 2015 e il 2016. Si tratta di un debito riferito all’atto dell’estrazione del prodotto petrolifero, oggi diventato di 32 milioni di euro più altri nove di sanzioni. In pratica, la Dct non è altro che una sorta di magazzino, un luogo di stoccaggio di prodotti petroliferi di proprietà di altre realtà economiche.

Queste e la stessa Depositi sono tenuti in quote diverse a versare le accise all’Erario, ma di fronte all’amministrazione pubblica è soltanto la Dct la titolare dell’obbligo di versare l’imposta. In caso di mancato pagamento l’Erario dunque si rifà su di essa, che a sua volta può rivalersi sugli altri soggetti. Scoperto il debito, il Nucleo tributario della Guardia di finanza ha avviato indagini più accurate e della vicenda ha cominciato a occuparsi anche la Procura della Repubblica.

Dal punto di vista societario, nel 2015 la Depositi costieri Trieste divenne interamente di proprietà della Giuliana Bunkeraggi di Francesco Napp, che ne possedeva la metà e rilevò l’altro 50% dall’Eni, divenendo azionista unico, quindi amministratore e socio. La Dct è una società erede delle attività petrolifere risalenti agli inizi del Novecento. Napp quest’anno ha però venduto la Dct, titolare del deposito da 145 mila metri cubi, alla Life Srl, lasciando la carica di amministratore per quella di presidente. Le indagini della Guardia di Finanza sono ancora in corso, e su di esse c’è un forte riserbo ma, secondo quanto si è appreso, potrebbero avere nuovi sviluppi.

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