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Strage della Torre piloti, chiesti i danni per la nave / IL CASO

Genova - La Jolly Nero abbattè l’edificio. Gli armatori chiedono 30 mila euro.

Genova - Carlo Uva è l’avvocato che assiste gli armatori Messina e prova a fissare qualche paletto: «Durante le nuove indagini sulla strage della Torre piloti, che hanno messo nel mirino la posizione del manufatto dopo il processo in cui sono stati condannati i responsabili della manovra sulla Jolly Nero che l’abbattè, avevamo presentato un’istanza alla Procura. Sostenevamo d’essere parte offesa pure noi, per due motivi: perché la nave fu comunque danneggiata e perché potremmo avere titolo a chiedere che altri contribuiscano ai risarcimenti, mentre finora soltanto la compagnia ha pagato per le vittime. E ora che sulla collocazione della Torre è stata fissata la prima udienza, chiederemo di partecipare come parte civile».

La vicenda, aldilà dei tecnicismi e delle lineari precisazioni del legale, ha connotati chiari: siccome nel mirino è finito adesso chi decise di costruire la palazzina in quel punto, l’armatore vuole rientrare anche delle ammaccature (30 mila euro circa) allo scafo che quella stessa palazzina distrusse, uccidendo nove persone. Per orientarsi occorre ripartire dalle 22.59 del 7 maggio 2013. La Jolly Nero, in uscita dal porto di Genova, resta in abbrivio all’indietro a causa d’un blocco alle macchine e finisce sul molo da cui si controlla il traffico nel Mar Ligure. A bordo capiscono troppo tardi d’essere alla deriva, provano a gettare l’ancora in extremis ma l’inerzia li spinge contro la Torre, che viene abbattuta. Dentro ci sono militari della Capitaneria, operatori radio dei rimorchiatori, piloti, quattro riescono a sopravvivere e nove sono seppelliti dalle macerie e uccisi. Si chiamavano Francesco Cetrola, Marco de Candussio, Daniele Fratantonio, Giovanni Iacoviello, Davide Morella, Giuseppe Tusa, Michele Robazza, Sergio Basso e Maurizio Potenza, hanno fra i 35 e i 50 anni.

Chi è il colpevole? Le prime indagini dimostrano che il mercantile era in pessime condizioni, che già in passato s’erano verificate impasse ai motori simili a quella fatale. La compagnia rilancia sostenendo che almeno una parte delle responsabilità andrebbe addebitata a chi progettò e realizzò la struttura, collocata in un punto assai esposto. I pm sulle prime non ci sentono e mandano a giudizio l’equipaggio - non si accorsero delle macchine spente e ignorarono un allarme acustico - oltre al capo d’armamento Giampaolo Olmetti: il manager non era in plancia e però l’accusa gli addebita d’aver lasciato in circolazione una carretta. I giudici condannano l’equipaggio (la pena più alta, dieci anni, al comandante Roberto Paoloni), ma assolvono il dirigente sostenendo che non vi sia correlazione diretta fra la strage e le sue omissioni sulle precedenti defaillance. Nel frattempo il tribunale ordina alla Procura d’indagare sul posizionamento della Torre. E così a inizio novembre il pubblico ministero Walter Cotugno chiede di processare altre 15 persone: ingegneri, ex vertici amministrativi del porto, responsabili ministeriali che diedero via libera da Roma.

È nel filone bis che la compagnia Messina chiede d’entrare non più sul banco degli imputati, ma nel ruolo di vittima: «Siamo stati gli unici a pagare - insiste il difensore Uva - e nel primo dibattimento si è stabilito che oltre agli autori della manovra ci sono dei corresponsabili. Poiché dovrebbero risarcire laddove fossero individuati, siamo titolari di crediti nei loro confronti. È uno dei motivi principali per cui chiediamo di diventare parte civile, oltre che per i danni arrecati alla nave a nostro parere a causa dell’errata collocazione del manufatto crollato». Per Adele Chiello, madre di Giuseppe Tusa che morì nello scempio, «stiamo toccando il fondo. Evidentemente per gli armatori esiste solo il dio denaro».

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