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Monti: «Che fine ha fatto lo spirito della riforma Delrio?» / IL CASO

Genova - I porti italiani rischiano di essere stritolati da un sistema che «premia la burocrazia e dimentica la meritocrazia»: lo dice Pasqualino Monti, ex presidente di Assoporti.

Genova - I porti italiani rischiano di essere stritolati da un sistema che «premia la burocrazia e dimentica la meritocrazia», e, fatto ancor più preoccupante, «in nessuna proposta elettorale, fra le tante che circolano in questi giorni, esiste un’idea che ponga la burocrazia, o meglio il deterioramento e il fallimento della macchina burocratica, ai primi posti fra i le priorità da affrontare per garantire un futuro al nostro paese». La denuncia arriva da Pasqualino Monti, ex presidente di Assoporti, oggi a capo dell’Authority di Palermo.

«È un dato tremendo non perché la burocrazia rappresenti un male assoluto, ma perché in un paese in cui la politica ha progressivamente abdicato ruolo e funzioni, la gabbia creata dalla burocrazia ha l’effetto di ammazzare il futuro. A rendere possibile questo disastro collettivo è un quadro di norme volutamente incomprensibili di difficile lettura e di difficile interpretazione, fatte su misura per coloro che le utilizzano come scusa e giustificazione del non fare; più le leggi si complicano, sono interpretabili dall’ultimo burocrate, più il Paese rischia, perché il mercato si allontana dalle zone d’ombra». «Oggi i grandi investitori internazionali si allontanano dai porti italiani, ed è una cosa comprensibile. Rovesciamo l’approccio o moriremo: scegliamo i manager giusti, paghiamoli e soprattutto lasciamoli lavorare e poi valutiamoli su ciò che portano in termini di risultati. Da servitore dello Stato non posso fare a meno di chiedermi dove sia finito lo spirito della riforma portuale; quali risultati si possano ragionevolmente attendere da porti che sono privati di potere decisionale e che tutt’oggi non possono rispondere al mercato nei tempi che il mercato impone».

«Non è più possibile tacere – dice Monti – Come manager pubblico avverto il dovere oggi di far scattare l’allarme su una situazione che rischia solo di degenerare, provocando inefficienza diffusa e specialmente un limbo di irresponsabilità nel quale il management portuale è impedito nelle sue funzioni essenziali; un management che non può e ha timore di intervenire di fronte ai ritardi nella realizzazione di opere strategicamente determinanti e che quindi non può incidere come dovrebbe nei risultati commerciali dei porti e nella loro funzione, che dovrebbe essere essenziale per la ripresa del sistema paese».
«“L’ostilità verso la competenza dilaga perché produce autostima negli incompetenti”. Mi permetto di citare uno dei più autorevoli giuristi e accademici italiani, Sabino Cassese, che è diventato in questi anni un severo censore dei danni prodotti dalla burocrazia, ma anche un recente intervento di Angelo Panebianco che dalle colonne del Corriere della sera ha stigmatizzato l’impotenza della politica ormai succube di “una burocrazia che ci prepara a un futuro di declino economico e culturale”».

«I porti sono la linea del fronte del nostro Paese. Se i porti non funzionano, se i provvedimenti decisivi che richiederebbero rapidità decisionale devono affrontare le forche caudine di procedimenti autorizzativi plurimi, se nessuno firma perché incompetenza e auto-protezione non pagano dazio e anzi garantiscono il lasciapassare rispetto a rischi giudiziari, allora il Paese si prepari a pagare un altro prezzo altissimo». «Non critico nessuno - conclude Monti - Anche il migliore dei manager ha oggi le mani legate ed esposto a qualsiasi vento, incluse campagne diffamatorie mirate rispetto alle quali lo Stato che serve non interviene mai. I porti sono quindi un caso emblematico, ma è tutto il tessuto economico, produttivo e dei servizi a pagare un prezzo alla burocrazia troppo alto».

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