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Marcucci: «Perché non c’è ancora un’unità di crisi per Genova?» / INTERVISTA

Genova - «Siamo meravigliati perché dopo la vicenda dolorosissima del terremoto di Amatrice, in 24 ore venne fatto un decreto legge che interveniva. Dalla tragedia di ponte Morandi sono passati più di 15 giorni e la discussione sui nodi infrastrutturali è aperta».

Genova - «Non abbiamo ancora capito se a livello di governo centrale c’è attenzione per il settore della logistica, che è quello che soffrirà di più le difficoltà del traffico conseguenza della tragedia di ponte Morandi»: è molto preoccupato Nereo Marcucci, presidente di Confetra, confederazione italiana delle imprese dei trasporti e della logistica.

Cosa vi preoccupa?
«Siamo meravigliati perché dopo la vicenda dolorosissima del terremoto di Amatrice, in 24 ore venne fatto un decreto legge che interveniva. Dalla tragedia di ponte Morandi sono passati più di 15 giorni e la discussione sui nodi infrastrutturali è aperta. Noi non siamo coinvolti in questa discussione, anche se ci sembra che il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, abbia detto cose di buon senso. Vogliamo soltanto che si intervenga presto e bene, perché non vorremmo che un mare di discussioni rallentassero le decisioni. Dopodiché, di solito in occasione di eventi come questo si fa un’unità di crisi, si ascoltano gli stakeholder e si prepara un provvedimento. Agli operatori si può dire di arrangiarsi da soli oppure si trova una copertura per i costi imprevisti che devono sostenere. Ma qui non abbiamo ancora capito che cosa succederà. Vogliamo sapere qualcosa dai ministri Toninelli e Tria».

Che cosa sta facendo Confetra?
«Il 29 agosto abbiamo riunito a Milano i nostri associati e abbiamo preso atto degli interventi che trasportatori e spedizionieri genovesi hanno deciso unitariamente. Gli autotrasportatori sono preoccupatissimi, immaginano che ci sarà una diminuzione di traffico del 30-35 per cento».

Come può intervenire il governo?
«Non è stata formata un’unità di crisi a livello nazionale, non vediamo un vettore normativo che distingua fra le varie iniziative e stabilisca tempi e modalità per la copertura dei costi di quelle che sono state scelte».

Che tipo di iniziative?
«Porto un esempio. Per evitare commistioni fra il traffico pesante e il traffico cittadino è necessario anticipare alle 4 del mattino i tempi di apertura dei servizi portuali. In base a quello che prevedono i contratti collettivi nazionali, questo può comportare un aumento dei costi fino al 52 per cento. Bisogna che i terminalisti vengano ristorati di questo aggravio dei costi, perché ci sono imprese che potrebbero non essere in condizioni di sostenerli. Un’idea è quella di Assoporti, che l’Autorità portuale sospenda le tasse di ancoraggio nel porto di Genova, per un certo periodo, a condizione che gli armatori utilizzino il risparmio ottenuto per coprire i costi extra sostenuti dai terminalisti. Però lo Stato deve impegnarsi a intervenire sul bilancio dell’Authority e a oggi non è stato fatto nulla».

Per anticipare l’apertura del porto parlerete coi sindacati?
«Sì, si tratta di avere una sorta di contratto territoriale d’emergenza sugli orari di apertura dei terminal. Su questo punto Confetra dovrà confrontarsi con gli altri sottoscrittori del contratto nazionale della logistica, dall’altro versante discutere i firmatari del contratto dei terminalisti portuali. Sono due diversi contratti nazionali in cui dovrebbe essere previsto un addendum sull’emergenza Genova».

Per quanto tempo?
«È un nodo cruciale, dipende dai tempi in cui verrà superata l’emergenza. Abbiamo sentito parlare di un anno. Vedremo».

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