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Tav, De Luca ha sabotato la lingua italiana

Genova - Erri De Luca è colpevole.Ed è già pronta la pena. Non dico colpevole di “istigazione al sabotaggio”, l’accusa che sta subendo presso il Tribunale di Torino, per aver dichiarato «La Tav va sabotata. Le cesoie sono utili perché servono a tagliare le reti»; «sabotaggio e vandalismo sono necessari»

Genova - Erri De Luca è colpevole. Ed è già pronta la pena. Non dico colpevole di “istigazione al sabotaggio”, l’accusa che sta subendo presso il Tribunale di Torino, per aver dichiarato «La Tav va sabotata. Le cesoie sono utili perché servono a tagliare le reti» (settembre 2010; poi Huffington Post, 1° settembre 2015: «sabotaggio e vandalismo sono necessari»). Su quell’accusa sentenzierà il giudice il 19 ottobre prossimo. È colpevole di triplice reato contro il buon senso linguistico e il buon nome della letteratura.

Primo. Erri ha ribadito: «Boicottare è verbo nobile». Ricordo appena ai miei cari concittadini genovesi che per Giuseppe Mazzini “uccidere” era verbo nobile, nobilissimo, purché coinvolgesse non le mogli ma il Tiranno di turno. Ognuno giudica nobili le proprie parole d’ordine, convinzioni, la propria interpretazione del mondo. Figuriamoci in una società baumannianemente individualista fino all’atomizzazione. E poi non occorre riesumare Jakobson, per capire che dipende dalle circostanze, dal mittente (colui che parla o scrive), dal destinatario (chi ascolta).

“Le parole sono pietre” sosteneva Carlo Levi nel titolo di un suo libro. Dipende pure da chi le scaglia, se è un chiacchierone da Bar Sport o un twittermaniaco o un professionista della frombola delle parole, riconosciuto da un pubblico nazionale e internazionale: De Luca è ben noto e apprezzato pure in Francia, tanto che per lui si è mosso persino Hollande. E in effetti alcuni suoi racconti, come “Il peso della farfalla” (Feltrinelli), sulla vecchiaia, sono belli e ben scritti (chiari chiari).

Secondo. «Quando ho rilasciato le mie dichiarazioni non sapevo si parlasse di molotov, ero a conoscenza soltanto delle cesoie servite a tagliare le reti del cantiere (...). Ritengo che la Tav vada intralciata, ostacolata o impedita e, quindi, sabotata». Un bell’esercizio per gli studenti, altro che dettato. De Luca gioca sul doppio significato della parola “sabotare”, ovvero: a) distruggere per impedire; b) solo secondariamente “ostacolare”. Ancora una volta decide il contesto, il quale per stessa ammissione dell’Autore, riguarda l’uso delle cesoie (e siamo disposti, sulla parola, ad accantonare le molotov). E a cosa servono in quell’area di anime surriscaldate le cesoie? A fare giardinaggio?

Terzo. Dopo la richiesta del pm di una condanna a 8 mesi, comunque la si pensi, De Luca ha commentato: «Mi sarei aspettato il massimo della pena (...). Non sono un martire, né una vittima, ma soltanto un testimone della volontà di censura della parola». Ora, caro Erri, che ammiro anche per la tua incredibile vita sportiva, non siamo del tutto analfabeti, ci stiamo attrezzando. E sappiamo che “martire” significa esattamente “testimone”. Ancora una volta l’artista della parola non desiste dal giocare sull’ambiguità linguistica. E nello stesso tempo parlando di censura pone se stesso al centro di un caso nazionale di “bavaglio”. Mentre la questione non è la censura, la questione è la responsabilità della parola, responsabilità che ha gradazioni differenti a seconda di chi la pronuncia. Nella sua ispirata, seriosissima, quasi mistica autodifesa in tribunale e fuori, l’Autore cita Gandhi (che non c’entra una mazza), Salman Rushdie, Orwell, Pasolini e persino le mura bibliche di Gerico (Chiomonte come Gerico) senza spiegarci che le mura di Gerico furono abbattute dalle sette trombe di Dio a favore dell’occupazione ebraica.

Ho vari motivi per sospettare che il modello sia in realtà proprio Pasolini, che fece della sua vita e della sua carne una grandiosa epopea di vittima in chiave cristologica. Ma se Erri De Luca proprio vuole essere un Pasolini in formato mignon, perché non evita di equivocare sulle parole per salvare la capra del martirio e i cavoli della libertà o assenza di responsabilità?

Ecco, al fine, la pena. Pena riabilitativa. Due corsi di linguistica negli Atenei di Torino e Genova, dove insegnano ottimi studiosi. Pena accessoria: leggere Edward Abbey, “I sabotatori” (1975; Meridiano Zero, 2011), sotto giuramento di non mettere in pratica ciò che c’è scritto. E impararlo a memoria o nell’originale americano o nella traduzione italiana, a libera scelta.

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