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Istanbul inaugura l’aeroporto «più grande del mondo»

Istanbul - Il ventennio al potere del presidente Recep Tayyip Erdogan è stato caratterizzato dall’inaugurazione di opere infrastrutturali che hanno fornito al presidente turco argomenti per far breccia nel cuore dell’elettorato.

Istanbul - Il ventennio al potere del presidente Recep Tayyip Erdogan è stato caratterizzato dall’inaugurazione di opere infrastrutturali che hanno fornito al presidente turco argomenti per far breccia nel cuore dell’elettorato e rilanciare la “grandeur” della Turchia, facendo leva su un nazionalismo diffuso e mai fuori moda nel Paese. Sebbene molte delle opere inaugurate negli ultimi 15 anni si siano rivelate necessarie ad incrementare i collegamenti di un Paese enorme ma per larghi tratti spopolato, portando al presidente turco un’enorme quantità di consenso, alcune di queste hanno alimentato polemiche e fatto sorgere interrogativi. Una delle opere più controverse in questo senso è il terzo aeroporto di Istanbul, che secondo il capo dello Stato sarà «il più grande del mondo», la cui inaugurazione è prevista per domani. Un’infrastruttura con un’estensione di 77 milioni di metri quadrati, 53 mila dei quali destinati al «duty free più grande del mondo», già pronta a gestire 3.500 tra decolli e atterraggi giornalieri, con 42 chilometri di nastri bagagli operativi, un parcheggio da 25 mila veicoli oltre a un’area residenziale di circa 100 mila metri quadrati. Secondo l’amministratore delegato della compagnia che gestisce gli aeroporti della metropoli sul Bosforo, l’investimento effettuato ammonta a 29 miliardi di euro per l’intera infrastruttura, che da domani smisterà un totale di 90 milioni di passeggeri all’anno, destinati a diventare 150 milioni nel 2023.

Un appalto affidato a cinque compagnie, tutte turche (Cengiz, Kolin, Limak, Mapa e Kalyon) che pagheranno 26 miliardi di dollari l’anno per 25 anni. Un’opera che, nonostante abbia finito con il pesare sul bilancio di una nazione in difficoltà, è destinata, secondo il governo di Ankara, a rinvigorire l’economia, creando 225 mila posti di lavoro e garantendo alle casse del Paese entrate per circa 11,5 miliardi di euro l’anno. Ma quella del terzo aeroporto della metropoli sul Bosforo è destinata a rimanere una storia ricca di contraddizioni e polemiche.

Considerando che, a detta del governo, si tratta della più grande opera infrastrutturale al mondo «costruita da zero» è inevitabile che l’opera abbia avuto un enorme impatto ambientale. Le prime a protestare sono state le organizzazioni ambientaliste, che sin da subito hanno fatto notare il disastro ambientale dietro la realizzazione, costata il taglio di un milione di alberi nell’area nord est di Istanbul, per secoli il polmone verde della città. Il centro di ricerca dell’università di Bahcesehir, in uno studio comparato con l’aeroporto di Atlanta, ha mostrato che con il volume di voli atteso sarebbe bastata la metà dell’estensione poi utilizzata. Oltre a questo dato va ricordato che la Turchia non è un Paese che brilla per le condizioni di sicurezza sul lavoro, con un poco invidiabile primato di 1.103 morti nei primi sette mesi del 2018 (dati Assemblea sicurezza sul lavoro in Turchia).
Il quotidiano Cumhuriyet lo scorso marzo ha denunciato la morte di più di 400 operai, vittime della scarsa sicurezza dei cantieri, ma anche dei ritmi forsennati da mantenere per realizzare il progetto di Erdogan nei tempi richiesti. Una denuncia che ha costretto a una rettifica il ministro delle Infrastrutture Ahmet Arslan, che ha specificato che i morti sono stati 27, su un totale di 36 mila operai. E tale differenza di dati che avuto strascichi polemici e aperto un dibattito che lascia il sospetto che la verità stia nel mezzo, con un numero di caduti che non sarà mia reso ufficiale, in particolare per quanto riguarda la manodopera a basso costo reclutata tra gli stranieri. Altra polemica è quella che ha riguardato le feroci proteste e picchetti della scorsa estate, quando un duro intervento delle forze dell’ordine si è concluso con il fermo di più di 400 operai, colpevoli di aver chiesto un leggero adeguamento salariale, ma soprattutto migliori condizioni sanitarie, igieniche, alimentari e un maggior numero di navette per tornare nelle lontanissime case. Bollati come «terroristi» da alcuni media filogovernativi, 24 degli operai sono stati colpiti da ordine di detenzione con l’accusa di «resistenza a pubblico ufficiale», «danneggiamento», «violazione delle norme si sciopero e della libertà di lavoro», ma soprattutto si sono trovati, loro malgrado, ad essere oggetto di una contesa.

Da un lato l’opposizione, che accusa il governo di assecondare le manie di grandezza di Erdogan «sulla pelle dei lavoratori», dall’altra il ministero delle Infrastrutture, intervenuto negando le condizioni di lavoro «terribili» denunciate dagli operai e definendo il progetto «l’orgoglio della Turchia», una promessa «onorata dal presidente Erdogan», che «nessuno avrà il potere di rallentare e fermare». Una questione di «orgoglio nazionale», argomento carico di retorica populista, un’arma che in Turchia non passa mai di moda, la principale a disposizione di Erdogan che deve giustificare un investimento monstre in un Paese con la moneta che ha perso il 50% del proprio valore quest’anno, l’inflazione alle stelle e la disoccupazione sopra il 10%. Sempre secondo l’università di Bahcesehir ad assumersi il rischio dell’opera è il Tesoro, che se il numero di passeggeri non supererà gli 80 milioni dovrà compensare con 97 milioni di euro le perdite. Cifra che sale a 162 milioni se i viaggiatori dovessero essere meno di 70.

La scommessa economica riguarda i 4,27 miliardi di euro di prestiti provenienti da banche turche, pubbliche e private (850 milioni prestati da queste ultime), con i finanziatori stranieri messi in fuga dai rischi legati all’investimento Un progetto che rappresenta l’idea che il presidente ha della Turchia, che «doveva essere portato a termine a tutti i costi», non toccato dalla spending review dello scorso agosto che ha messo in stand by le altre infrastrutture in programma, ma che con la situazione in cui versa il Paese è una scommessa e un rischio per Erdogan, che non a caso ha voluto anticipare le elezioni previste a novembre 2019 allo scorso giugno, compiendo una passerella elettorale su una pista del nuovo aeroporto a due giorni dal voto. Alla vigilia dell’inaugurazione l’altra certezza riguarda il pensionamento dello storico aeroporto Ataturk: lo storico aeroporto di Istanbul, intitolato al padre della repubblica turca Mustafa Kemal, sorpassato da Erdogan negli anni di permanenza al potere, chiuderà i battenti. Da notare infine che ancora non si sa come sarà chiamata l’opera, che al momento rimane «il terzo aeroporto». A una precisa domanda lo scorso aprile il ministro delle Infrastrutture Ahmet Arslan ha risposto secco: «Non ci sono motivi per cui il terzo aeroporto non possa essere intitolato al presidente Erdogan». Che sia intitolato o meno ad Erdogan è certo che dietro l’inaugurazione di una mastodontica opera infrastrutturale c’è un nuovo capitolo della storia di un Paese che il presidente è deciso a scrivere, in cui è deciso a scalzare Ataturk assurgendo a simbolo della nuova Turchia.

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