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L’Italia scommette sulla Libia: «Tornano le aziende»

Agrigento - Da Agrigento, Italia e Libia si impegnano a riprendere il filo di un partenariato economico che ha origini lontane.

Agrigento - Il Mediterraneo come il mare delle grandi opportunità economiche. Non più il mare della morte, dunque, il mare delle migliaia di profughi annegati e dei trafficanti di uomini. Ma una fonte di opportunità e di crescita per i Paesi che vi si affacciano. È un mare che unisce e porta sviluppo e ricchezza quello «raccontato» dai protagonisti del Primo Forum Economico Italo-Libico, che ha visto istituzioni e imprese di entrambi gli Stati insieme a discutere di investimenti. La sede del vertice non è casuale: Agrigento, nel cuore del Mediterraneo, diventata luogo simbolo dell’incontro tra due Paesi vicini geograficamente che vorrebbero rilanciare una cooperazione economica che ha radici antiche e che dalla rivoluzione del 2011 stenta a ripartire.

Ci crede il ministro degli Esteri Angelino Alfano che proprio nella sua città affacciata sul mare africano, come scrisse Luigi Pirandello, ha organizzato il Forum. Ci crede il vicepremier del Governo di Riconciliazione libico Ahmed Omar Maitig, giunto in Sicilia con il suo ministro dell’Economia, con rappresentanti delle istituzioni, della Camera di Commercio e con una delegazione di imprenditori.

Da Agrigento, Italia e Libia si impegnano a riprendere il filo di un partenariato economico che ha origini lontane. E a potenziare gli investimenti italiani nel Paese nordafricano. Non a caso al vertice hanno partecipato colossi dell’economia italiana come Eni, Anas (ripartono le attività per la costruzione della strada costiera di 1.750 km che attraverserà tutta la Libia, collegando il confine con la Tunisia a quello con l’Egitto) e Terna. «Quello del Mediterraneo è un mercato di 500 milioni di consumatori potenziali che genera il 10% del Pil mondiale, dove passa il 20% del traffico marittimo e il 30% del commercio del petrolio», ha spiegato Alfano.
«L’obiettivo della diplomazia economica è quello di stimolare il grande mercato del Mediterraneo all’integrazione, per rilanciarlo come hub economico globale». Un progetto che non può ignorare i tanti problemi che la Libia vive e che non può prescindere dalla stabilità del Paese e dalla ritrovata sicurezza per chi decida di investire. «In Libia c’è richiesta di Italia e di imprese italiane. E sono numerosissime le imprese italiane che vogliono tornare al più presto», ha spiegato Alfano. «Sappiamo bene che la situazione di sicurezza in Libia è precaria. I rischi ci sono e non possiamo ignorarli. Però nelle more del consolidamento della stabilizzazione e della sicurezza, vi sono alcune opportunità che possono essere già colte o che potranno maturare in futuro», ha aggiunto.

E sulla sicurezza ha battuto anche Maitig: «Il Governo ce la sta mettendo tutta - ha detto -. Le imprese devono sapere, però, che non c’è una divisione vera, la divisione è solo politica. La Libia è una sola». E gli investimenti - ne sono convinti Alfano e il vicepremier - potrebbero costituire anche una forma di lotta ai trafficanti di uomini che «traghettano», incuranti delle loro sorti, migliaia di profughi che dalla Libia prendono il mare verso l’Italia. «Serve un maggior investimento economico nelle comunità locali più colpite dal modello d’affari dei trafficanti di uomini - ha spiegato Alfano -. Bisogna generare più opportunità di quelle che offrono i traffici illegali. Va offerta una valida risposta economica alle popolazioni che sopportano il peso maggiore dell’ospitalità a rifugiati e migranti».

Alle imprese italiane che decidano di tornare a investire in Libia si aprono agevolazioni e spazi enormi: dalle telecomunicazioni, alle infrastrutture, all’energia, alla formazione. Grandi opportunità di guadagno per gli imprenditori e di sviluppo per la Libia che chiede anche un aiuto nella formazione. «È necessario che le imprese italiane facciano formazione nel nostro Paese e non solo investimenti, che ci trasferiscano il loro know-how», ha detto Maitig. Le premesse per una cooperazione forte ci sono tutte: resta un nodo, quello dei crediti delle imprese italiane che dovettero abbandonare il Paese nel 2011. «Speriamo che la trattativa riprenda», ha auspicato il vicepremier.

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