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Ponte Morandi, paura per le aziende della “zona rossa”

Genova - Il rientro al lavoro per i 750 dipendenti di Ansaldo Energia, è appeso al parere dei tecnici.

Genova - Il rientro al lavoro per i 750 dipendenti di Ansaldo Energia, è appeso al parere dei tecnici.

Ieri i vertici dell’azienda genovese speravano in un via libera rapido dopo il sopralluogo della commissione del Ministero, ma serve altro tempo per compilare la relazione. Così è probabile che domani il documento venga inviato al sindaco Marco Bucci e che con un’ordinanza, la palazzina di Ansaldo Energia torni agibile già il giorno successivo. Con l’ok del Comune, i 750 dipendenti potrebbero rientrare al lavoro dopo una settimana di ferie forzate. Il crollo del viadotto Morandi ha imposto la creazione di una zona rossa che interessa, parzialmente, anche l’area di Ansaldo Energia. Il moncherino di ponente del ponte passa sopra una parte dell’azienda e solo con il via libera di tecnici e Comune, si potrà riprendere il lavoro. L’azienda è «cautamente ottimista», ma per completare l’iter della richiesta inviata nei giorni scorsi, è servito più tempo di quello preventivato. La commissione del ministero è stata azzoppata dopo la sostituzione (con polemica) del presidente Roberto Ferrazza e con le dimissioni di Antonio Brencich. Domani comunque potrebbe arrivare il via libera: Ansaldo Energia invierà oggi una comunicazione ai dipendenti interessati per informarli del cambio di programma.

Se non ci sarà l’ordinanza, l’azienda rischia di dover mettere in campo misure drastiche per far fronte al periodo di difficoltà dettato dal crollo del ponte. Non potendo più sfruttare le ferie dei dipendenti, a quel punto scatterebbe l’opzione degli ammortizzatori sociali. L’amministratore delegato Giuseppe Zampini ha sempre spiegato che Ansaldo Energia ce la farà anche senza cassa integrazione o giorni di solidarietà e lo ha ribadito giovedì in occasione della visita dell’ad di Cassa depositi e Prestiti Fabrizio Palermo. L’azienda ha però 800 mila euro al mese di costi extra determinati dal crollo del viadotto Morandi. «Solo lo spostamento della mensa ci costa 20 mila euro al giorno» aveva spiegato Zampini che conta con il provvedimento di lunedì di riuscire a recuperare parzialmente anche i capannoni. «Bisogna agire velocemente e permettere ai dipendenti di rientrare al lavoro - dice Bruno Manganaro, leader della Fiom - La situazione è complicata ed è necessario predisporre soluzioni alternative che consentano la ripresa dell’attività».

Intanto l’azienda metterà a disposizione una porzione di aree per una squadra dei vigili del fuoco che per sei mesi sarà utilizzata a supporto del Ponente.
«Siamo preoccupati» ammette Manganaro. Diverse aziende stanno lavorando con il materiale in magazzino come la San Giorgio Seigen (oltre 100 dipendenti) che è a poca distanza dal ponte. Il problema principale sono però le forniture che non riescono ad arrivare in stabilimento. La Ferrometal, sempre del gruppo San Giorgio, è invece a poca distanza da quello che resta del viadotto, «ma aumenta il numero delle aziende, anche piccole, che non riescono più ad andare avanti e che sono costrette a chiedere la cassa integrazione - spiega ancora Manganaro - L’ultimo caso riguarda una piccola impresa metalmeccanica con 7 dipendenti». È impossibile riprendere l’attività con lo stop imposto dalla zona rossa: se nei capannoni non si lavora, c’è solo la strada degli ammortizzatori sociali. «Abbiamo già chiesto al ministero di poter accedere alla cassa integrazione in deroga - spiega Antonio Apa, segretario generale della Uilm - c’è preoccupazione. Bisogna ripristinare l’agibilità perchè oltre alla produzione, a lungo andare ci saranno problemi anche sul fronte della logistica e delle forniture». E uno dei centri della metalmeccanica genovese rischia di spegnersi.

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