Il dramma coronavirus e il dilemma della selezione degli aiuti / IL COMMENTO

Chi salvare? E a quali condizioni? L'analisi del professor Maurizio Maresca

Controlli dei carabinieri ai varchi delle città

di Maurizio Maresca

E' comprensibile che una grande crisi sociale, sanitaria ed economica, che ferma un paese così importante come l’Italia, oltre alle scelte “politiche” sulla gestione dell’emergenza, e quindi sulla sanità e specialmente sui profili del contenimento dell’epidemia, introduca alcuni temi lato sensu etici da affrontare con molta misura.
Soffermiamoci sugli aspetti dell’economia. Che non riguardano, in realtà, solo le misure da adottare ma anche lo stesso impianto di quelle già adottate per contenere l’epidemia. Sotto questo profilo la stessa scelta di fondo del governo, piuttosto in termini di raccomandazione e responsabilizzazione per quanto riguarda le misure sulla libera circolazione nelle aree critiche del paese, è un segnale che favorisce il sopravvivere di quanto è possibile dell’industria di oggi.

Non è dubbio, peraltro, che la crisi del sistema economico di Lombardia, Veneto, Piemonte, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna abbia un impatto, non solo nazionale, di dimensioni e rilevanza europea. E quindi indispensabile una massiccia azione di intervento pubblico dello Stato e delle imprese pubbliche per presidiarlo e rilanciarlo (il ruolo dell’Europa sarebbe centrale – e non solo nel senso di tollerare uno scostamento del rapporto deficit–Pil – ma vi ritorneremo in altro momento). Al di là delle misure necessarie per intervenire sulla sanità e per fronteggiare alcune emergenze immediate - interventi comunque prioritari -, si profila una divergenza “ideologica” fra quanti, un po’ all’italiana, ritengono che l’intervento pubblico debba essere volto a “salvare” tutte le imprese esistenti e ad assicurare la tutela dei posti di lavoro, e quanti, invece, auspicano un intervento selettivo volto al rafforzamento dell’industria nazionale più competitiva in ambito internazionale, alla crescita e alla competitività.

Una scelta sul punto corre il rischio di essere influenzata da considerazioni etico/ideologiche. Certo è che intervenire stanziando risorse a pioggia a favore di imprese sotto capitalizzate e marginali potrebbe aiutare a superare un drammatico momento del Paese; ma non aiuta certo avendo riguardo alla competitività del Paese una volta che la crisi di oggi fosse superata. Anzi, mantenere in vita imprese marginali, andrebbe a vantaggio degli Stati stranieri e delle loro multinazionali: che continueranno indisturbati, come e avvenuto fino a oggi, il loro shopping nei settori più strategici della nostra economia (l’agroalimentare, la logistica, le infrastrutture e la finanza).

L’alternativa è destinare una parte importante delle risorse disponibili a una complessa azione selettiva di recupero di competitività. Un’azione di rinnovamento della politica industriale che coinvolga le centrali economiche e imprenditoriali dello Stato per salvare e valorizzare quanto è possibile del più innovativo e competitivo tessuto imprenditoriale italiano: che ha spesso bisogno di organizzazione e assetti patrimoniali, ma ha di suo la capacità di affrontare il mercato più che altrove. Si pensi a molti settori industriali del Nordest italiano nel campo dell’agroalimentare o ai progetti di espansione della logistica nei corridoi a partire dai porti principali. Forse è arbitrario considerare che il dilemma non è così diverso, anche se cosi meno dignitoso e valoriale, di quello che si pongono i medici impegnati a salvare le vite umane quando selezionano le priorità? Anche se in quel caso si tratta di salvare vite umane e qui il futuro di quel poco che resta di italiano dell’economia del nostro Paese. —

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