Schenone: «Nei porti liguri manca una visione. La concorrenza è con il Nord Europa»

Parla il membro del board di Psa Genoa Investment: «Genova: una nuova apertura oltre la diga. Confindustria? Ora si rinnovi»

Giulio Schenone, la fusione tra Psa e Sech, sulle banchine genovesi, è cosa fatta. Il bilancio è positivo? «Dopo 9 mesi possiamo dire che la nuova organizzazione è in piedi e funziona. Stiamo tenendo fede a tutti gli impegni presi con le parti sociali e con i collaboratori. Non c’è un solo posto di lavoro a rischio, né un centesimo di retribuzione». Oltre a motivi di business, era un passo necessario?

«Guardiamo alla pandemia, la logistica che è stata una delle poche cose che ha continuato a funzionare: all’inizio c’è stata una riduzione di stiva da parte degli armatori, poi un aumento dei noli e poi una ripresa. Ora abbiamo clienti che ci chiedono di poter gestire scali spot, toccate finali non previste, volumi maggiori. Noi lo possiamo fare in maniera più efficace garantendo maggiore flessibilità e soluzioni».

Ha parlato di ripresa. Il rimbalzo è atteso per tutti i settori. Anche sul mare?

«Il rimbalzo c’è già. Il primo quadrimestre è già buono, ma in termini di Pil lo aspettiamo più corposo nel secondo semestre. Si consoliderà per tutto il primo semestre del 2022». Attorno a quali cifre? «Di certo il sistema dei porti liguri tornerà ai livelli del 2019 e anzi starà sopra di qualche punto percentuale».

Il problema è che questo aumento dei container troverà a terra un nodo infrastrutturale non migliorato.

«È evidente. Ma molto possiamo fare anche noi sulle modalità di trasporto. I terminal stanno registrando un aumento del ferro a scapito della gomma. In Liguria siamo obbligati a farlo, per la disastrosa situazione delle autostrade, ma noi stiamo lavorando per consolidare questo trend. Anche per perseguire la nostra priorità, ossia quella di recuperare traffico italiano che attualmente va in nord Europa».

Si può quantificare?

«Abbiamo un milione di contenitori all’anno che dalla Pianura padana e dal Nord Est vengono gestiti dai porti del Nord Europa: prima ancora di andare ad attaccare il traffico svizzero o tedesco, che dobbiamo fare, dobbiamo recuperare questo traffico italiano».

Lei ha lavorato su una serie di accordi sull’intermodalità con Logtainer.

«Cambiando cappello, da socio e consigliere di Logtainer, sono soddisfatto dell’accordo con Hupac, che a Busto Arsizio gestisce traffici per una ventina di destinazioni localizzate tra la Svizzera e la Germania meridionale. È una partnership innovativa che apre alle pratiche che vogliamo realizzare come terminal, anche per l’ultimo miglio ferroviario».

Ancora sul mare: il progetto della nuova diga di Genova apre scenari importanti. Basta per adeguare il porto alle esigenze del mercato?

«La nuova diga serve, ma lascia insoluta ancora una questione: il porto ha solo un’imboccatura per l’entrata e l’uscita di tutti i tipi di nave. La diga sarà spostata, gli spazi cresceranno, ma resterà la sola imboccatura di levante. E resta un vincolo, una criticità. Spero che nella fase di progettazione definitiva si possa risolvere».

Qui entra in gioco la comunità portuale genovese. Molti avranno visto la vostra alleanza come un pugno nello stomaco. Ma la concorrenza è dentro il porto di Genova o tra questo porto e gli altri?

«È una questione di visione. La nostra non è fare concorrenza agli altri terminalisti genovesi o liguri o toscani. Noi vogliamo fare concorrenza ai porti del Nord Europa, agli altri del Mediterraneo. Si può fare, con risultati per tutti. Poi capisco che ci possano essere battaglie di retroguardia, e che ogni interesse è sacrosanto e legittimo, pensiamo all’ultimo caso dell’ex carbonile di Genova».

Una lotta vinta da Spinelli.

«Cinque operatori si sono accapigliati per un pezzo di terra da 7 mila metri. Tutti a pretendere più diritti in nome di imprecisate questioni. Le aree sono preziose, ce ne sono poche e spesso mal utilizzate, pensiamo alla gestione dei contenitori vuoti. E appena si libera un fazzoletto tutti ci si buttano come un gruppo di cani su un osso. Io credo che la visione, la programmazione di un porto, debba essere un po’ diversa».

A proposito di interessi parcellizzati: la fusione di Genova e Savona è riuscita?

«Finora è stato un matrimonio platonico. Perché di fatto oltre all’unione amministrativa ci sono ben poche sinergie. Prevale il noi e il voi».

Entrambi i porti gestiscono le crociere. Da tempo si ragiona su una possibile riorganizzazione a Genova.

«Le crociere avranno lo stesso rimbalzo che si prevede per le merci. Penso che anche a Genova si debba allargare la presenza ad altri operatori che hanno faticato ad avere spazi e che invece potrebbero convivere. Se guardiamo altrove si vede quasi ovunque la compresenza di due se non tre o quattro operatori che si riuniscono per gestire l’infrastruttura portuale e non vedo i motivi per non farlo anche qui».

Anche nel piccolo?

«Dico anche nel Tigullio, dove il provincialismo tocca la vetta. Ci sono paesi che ancora pensano che il loro attracco sia meglio degli altri: si fanno concorrenza per cercare di portarsi via uno scalo. Fanno pagare un euro in meno di tasse per sbarco senza che nessuno faccia marketing territoriale e mai per il comprensorio. In Costa Azzurra lo fanno da anni».

Ci sono tre candidati per Confindustria: non è che anche in questo caso Genova è caduta nel provincialismo?

«C’è in campo qualcuno che non voleva correre e l’hanno gettato nella mischia suo malgrado. Qualcuno che si era preparato da tempo ma purtroppo ha passato da un po’ l’apice della carriera e qualcun altro che invece secondo me ha delle idee e delle prospettive».

Direi che la sua preferenza non è su «qualcun altro» ma su «qualcuna altra».

«Facciamo un passo indietro. Penso che Giovanni Mondini sia stato un ottimo presidente: ha messo la faccia su tante situazioni difficili o di crisi. Ho massimo rispetto per chi decide di impegnarsi, ma è chiaro che non tutte le proposte sono di eguale spessore o qualità. Penso che serva un minimo di rinnovamento».