Il caso “Elbeik” scuote il trasporto animali

Diversi Paesi stanno pensando di ridimensionare o addirittura vietare le navi cariche di bestiame

di Elisa Gosti

Lo scorso dicembre circa 1.800 bovini hanno lasciato la Spagna per raggiungere la Turchia a bordo di una nave, la “Elbeik”. Il viaggio avrebbe dovuto durare circa 11 giorni, dopodiché il bestiame avrebbe dovuto essere venduto, per la maggior parte, a macelli “halal”, dove sarebbero stati uccisi causando loro la minore sofferenza possibile, come prevede la legge religiosa.

Purtroppo le cose sono andate diversamente: nei tre mesi successivi alla partenza, a causa dello scompiglio prodotto dalla pandemia nello shipping globale, la nave non è riuscita a scaricare il proprio cargo. Gli animali, secondo un’azione investigativa svolta dal governo spagnolo, hanno cominciato a morire a bordo della “Elbeik”. Quasi il 10% dei bovini è deceduto e i corpi sono stati gettati a mare, oppure lasciati a deteriorarsi nelle gabbie tra i sopravvissuti. Quando l’unità ha fatto ritorno in Spagna le autorità hanno decretato che i 1.600 animali rimasti vivi fossero comunque troppo malati per essere venduti e dovessero quindi essere abbattuti.

Quello della Elbeik è diventato un caso esemplificativo di un tema molto controverso che riguarda la compravendita internazionale del bestiame, un mercato con un giro d’affari di circa 18 miliardi di dollari. La pandemia ha peggiorato significativamente le condizioni di “sopravvivenza” di due miliardi di mucche, pecore, capre, maiali e polli che vengono esportati ogni anno e gli epidemiologi si sono uniti nella richiesta di profonde riforme in questo settore. Gli animali sono stati bloccati nel corso del transito per un periodo più lungo di quello previsto e le ispezioni relative alla sicurezza sono state fortemente ridimensionate. Ma non solo: la pandemia ha anche modificato la sensibilità rispetto ai rischi che animali malati possono portare all’umanità e, proprio per questo motivo, un numero crescente di paesi del mondo sta limitando e dismettendo la tratta del bestiame.

«Quando di parla di welfare degli animali e, quindi, del benessere di questi ultimi, il trasporto via mare rappresenta un vero e proprio buco nero – spiega Thomas Waitz, un fattore austriaco che è anche parlamentare europeo e fa parte di un’apposita commissione incaricata di realizzare azioni migliorative alla norma che regola il commercio internazionale di animali – Il trasporto via mare ricade al di fuori di ogni regolamentazione e di ogni standard riguardante il benessere del bestiame. Il punto fondamentale è che non è una situazione fine a se stessa: la salute pubblica può dirsi a rischio se gli animali vengono trasportati in condizioni tali da favorire la proliferazione di germi e batteri».

L’Unione Europea, che conta circa il 75% delle esportazioni di animali vivi è “incapace di garantire il welfare del bestiame”: a dichiararlo è un report ad hoc, la cui realizzazione è stata richiesta dalla commissione incaricata, che raccomanda un’immediata e profonda revisione della regolamentazione in materia, soprattutto con riguardo all’azione degli esportatori.