Messina: "Navi e porti, serve la riforma. Ora più potere al governo"

Il presidente di Assarmatori: "Troppo caos, gli investitori fuggono. L'autoproduzione? Secondo me è venuto il momento di ammainare bandiere ideologiche e di lavorare tutti in sintonia e in stretta collaborazione per affermare modelli produttivi di grande efficienza"

di Simone Gallotti

Genova - «Ormai è evidente e incontestabile: i porti italiani sono a un bivio e con il loro futuro si disegnerà anche la prospettiva di dare vita per la prima volta a un sistema logistico integrato Italia che sia davvero efficiente e competitivo». Stefano Messina, presidente di Assarmatori, ha le idee ancora più chiare dopo aver partecipato all’assemblea di Federagenti di Venezia. L’armatore genovese lancia così un programma di riforma complessivo del settore, con quattro punti per aprire la stagione di rinnovamento del settore.

Da dove partiamo?
«Il primo punto riguarda la riforma portuale. La legge varata dal ministro Delrio mostra alcuni limiti che rischiano di farci perdere diverse opportunità. E prima ancora di scendere nel dettaglio, è necessario costruire un nuovo modello».

Ma così significa che dobbiamo ripensare completamente il sistema...
«In parte. Mi spiego: la funzione di coordinamento, che pure già esiste con la figura del tavolo nazionale, non funziona. Lo dice la storia recente, ma è lì che devono essere prese le decisioni. Deve comandare Roma quando si disegna la strategia anche economica degli investimenti nei porti. Altrimenti creiamo il caos. Come avviene nel caso delle concessioni, dove manca da sempre un regolamento. Ogni porto ha le sue regole, ma così otteniamo solo l’effetto di allontanare gli investitori esteri che chiedono certezza».

E poi ci sono i provvedimenti sulla concorrenza che il governo ha intenzione di varare: il primo è sull’eliminazione del contestato articolo 18 comma 7, quello che vieta ai terminalisti di possedere due concessioni dello stesso tipo in un porto...
«E anche questo è un tema che deve affrontare il governo per dare un quadro omogeneo. Non è possibile che anche su questo fronte delicatissimo ogni Authority decida in autonomia e magari con provvedimenti opposti a poche decine di chilometri di distanza. Comunque la cancellazione di quell’articolo rischia di andare contro il mercato, ottenendo così l’effetto contrario che il governo si è prefissato. Si tratterebbe di un provvedimento anacronistico oltre che ideologico. Secondo noi è invece corretta l’affermazione di un modello che garantisca la concorrenza, attraverso presenze di vario livello anche di diversi grandi operatori in terminal differenti. Ed è stato il mercato a dimostrarci che questa formula funziona, non quelle che palesemente impongono monopoli aggirando normative esistenti. È su quella strada, dell’alleanza con i grandi gruppi, che possiamo favorire una reale crescita dei porti anche attraverso nuovi investimenti privati».

L’altro provvedimento è sull’autoproduzione. Il tema è controverso...
«E siamo al terzo pilastro: è necessario trovare una risposta pacata, ma seria all’interno di un nuovo assetto normativo nei porti, proprio sul tema dell’autoproduzione. Secondo me è venuto il momento di ammainare bandiere ideologiche e di lavorare tutti in sintonia e in stretta collaborazione per affermare modelli produttivi di grande efficienza».

Il quarto immagino sia il fronte dei fondi per il rinnovo della flotta...
«Esatto. Per noi armatori è un tema prioritario. È al centro non solo del lavoro di Assarmatori, ma dovrebbe essere strategico per tutto il Paese. Durante la pandemia abbiamo retto anche perché le merci sono circolate regolarmente grazie al cabotaggio marittimo. Ora quel settore così essenziale chiede un supporto per poter rinnovare le navi e renderle più green, in linea con la transizione energetica. Lo hanno anche certificato le due commissioni trasporti di Camera e Senato. Ma è chiaro che l’aiuto deve essere dato alle imprese che opreano in Italia, proprio come accade con le imprese che svolgono trasporto ferroviario. È logico che l’aiuto sia destinato ad aziende che svolgono servizi e collegamenti marittimi fra i porti italiani, come sulle rotte per Sicilia e Sardegna. Non avrebbe invece una logica prevedere questi benefici anche per le navi impiegate su collegamenti internazionali che non hanno alcuna connessione con i porti italiani». —