Riforma dei porti, la mossa del governo: il Tavolo del mare per anticipare l'Europa

A Roma si stanno preparando diversi vertici: cominciano gli esperti che dovranno preparare il terreno agli stati generali dello shipping. Faro sul "modello Trieste"

Genova - Il grido di dolore degli operatori non è rimasto inascoltato. Certo, si tratta dei primi passi, ma a Roma si sta prendendo consapevolezza che la clessidra sta esaurendo la sabbia. Perché oltre alla richiesta di armatori, terminalisti e logistica di provvedere con urgenza a una riforma della legge sui porti, c’è la scadenza della decisione europea sulla natura delle Autorità portuali. Bruxelles è chiamata a decidere se le Authority italiane sono considerate imprese e quindi debbano pagare le tasse. E come dice Luigi Merlo, presidente di Federlogistica, potrebbe essere la “rivoluzione subita”. Così nei prossimi giorni, con la cabina di regia del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti sostenibili, si incontreranno informalmente i “saggi”, un nucleo ristretto di esperti chiamati a fornire al bussola che dovrà orientare gli stati generali che dovrebbero essere chiamati rapidamente. È il “gabinetto di guerra” richiesto dal presidente di Federagenti Alesandro Santi che con spirito meno bellicoso il governo ha intenzione di chiamare “tavolo del mare”. E su quella scrivania arriverà il dossier della riforma delle autorità portuali. I porti più forti stanno muovendo i primi passi per un’alleanza. Non è un caso che nelle scorse settimane, Zeno D’Agostino, numero uno di Trieste, e Paolo Signorini, presidente degli scali di Genova e Savona, si siano trovati d’accordo su molti punti, mentre partecipavano a un convegno in Friuli. A Roma quindi si prepara il terreno per la maxi riunione dello shipping e per farsi trovare pronti in primavera. La data è ancora da fissare e dentro il ministero bisogna anche chiarire bene chi avrà la responsabilità politica della regia: Enrico Giovannini è il titolare, ma Teresa Bellanova è rapidamente diventata un punto di riferimento del settore, dopo la visita a tappeto a tutti i porti italiani. Il modello Trieste Anche a Roma ritengono quindi che il giudizio europeo, complice anche una strategia di difesa poco aggressiva, porterà quasi certamente al cambio di natura delle Authority. Significa che sarà messa in evidenza anche la parte più imprenditoriale dell’attività degli enti. Se dal punto di vista contabile non si tratta di un’operazione complessa, diverso è il discorso sotto il profilo operativo. Trasformando i porti in enti pubblici economici, separando quindi i guadagni dall’attività di regolazione, si potrebbe calmare Bruxelles. E allo stesso tempo dare impulso all’attivismo delle Authority: ecco da dove viene il modello Trieste. D’Agostino ha dato il via ad una serie di operazioni che hanno portato lo scalo a partecipare direttamente alla gestione della logistica: treni, manovre ferroviarie resuscitate e espansione anche all’estero, nei mercati di riferimento del Friuli, l’Ungheria soprattutto. Il prezzo della trasformazione rischia di essere comunque alto. Perché potrebbe portare con sè il cambio anche delle concessioni in locazioni. Al di là dei tecnicismi, con l’attuale sistema delle concessioni l’Authority ha un potere di controllo sugli operatori: sia per gli investimenti che sul fronte occupazione. Con la locazione, un terminalista paga nella sostanza un affitto, ma le responsabilità potrebbero essere minori. Ecco il primo scoglio che dovranno superare i saggi del ministero. —