D’Agostino: “No-Green pass, dalle proteste un danno per tutto il settore”

“Non possiamo più pensare di dipendere esclusivamente dall’area asiatica per quanto riguarda il nostro lavoro”

Una manifestazione no Green pass a Trieste

Il porto di Trieste, come tutti gli altri scali italiani, nei mesi più duri di pandemia ha dovuto fare i conti con le ripercussioni economiche che il Covid ha avuto anche sul comparto portuale e logistico nonostante le banchine italiane abbiamo continuato regolarmente a lavorare anche nei mesi di lockdown quasi totale. «Ma sino alla metà di ottobre i traffici sono andati molto bene: abbiamo registrato una forte ripresa e segnali positivi su tutti i fronti. Ci sono stati segnali molto confortanti dopo mesi che, per tutti, non sono certo stati dei più semplici», sottolinea Zeno D’Agostino, presidente dell'Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico Orientale.

Poi, presidente, cosa è cambiato a Trieste?

«Sono iniziate le proteste contro il Green pass e lo scalo ne ha ovviamente risentito, come non poteva essere diversamente. Ci sono stati problemi per le merci e l’attività del porto ha subito rallentamenti. Non abbiamo ancora avuto modo di avere a disposizione e di conseguenza analizzare i dati delle ultime settimane di lavoro ma è evidente che queste proteste hanno creato un forte danno a tutto il comparto. Poi c’è l’aspetto che riguarda l’immagine del nostro scalo che è stato senza dubbio penalizzato e questo, purtroppo, potrebbe avere conseguenze negative anche in futuro. Tornando alla crescita dei traffici registrata almeno sino alla metà del mese scorso, per Trieste c’è stato nello specifico un forte aumento soprattutto delle rinfuse ma in generale anche di altre tipologie di traffici a testimonianza di un mercato in crescita. Anche a Monfalcone le cose sono andate decisamente bene. Il tutto è stato testimoniato da dati in forte crescita per quanto riguarda il lavoro in banchina».

I mercati orientali, in primis asiatici, sono da sempre stati quelli di riferimento per lo scalo triestino e più in generale per tutti i porti dell’Adriatico. Crede che questa tendenza proseguirà così anche in futuro?

«Dobbiamo eliminare questo approccio che ci porta a guardare sempre e solo verso Oriente come accade ormai da molti anni. Con questo, sia chiaro, non voglio mettere in discussione l’importanza di queste aree per il nostro porto ma ritengo che debba essere fatta una attenta valutazione soprattutto in ottica futura quando ritengo che le cose possano cambiare in maniera sensibile».

A cosa si riferisce nello specifico?

«Non possiamo più pensare di dipendere esclusivamente dall’area asiatica per quanto riguarda il nostro lavoro pur comprendendo la grande importanza di questi mercati non solo per Trieste ma per tutta Italia. E la stessa industria, a livello globale, si sta riposizionando su scala regionale ormai da qualche tempo. Con ciò voglio intendere che avremo sempre più sistemi industriali presenti in aree geografiche limitate e questo già si sta verificando in molte aree del mondo come in Nord e Sud America ma anche nella stessa Europa. Si tratta, a mio giudizio, di una tendenza destinata a crescere nei prossimi anni».

Quali sono le opportunità in arrivo dal Piano nazionale di Ripresa e resilienza (Pnrr) per lo scalo di Trieste? I fondi che verranno investiti risolveranno gli attuali problemi?

«In questo caso si parla di nuove infrastrutture e questo è certamente un aspetto molto importante per tutto il nostro sistema portuale. Allo stesso tempo, tengo a precisare che la forza di un porto è determinata anche e soprattutto dal saper sfruttare al meglio le infrastrutture già esistenti e presenti sul territorio. A determinare l’efficienza di un qualsiasi scalo non sono tanto il numero di infrastrutture su cui si può contare quanto la capacità organizzativa e gestionale che viene raggiunta in banchina».