Le galere galleggianti nel porto di Mirabilandia

Linguaggio e stile hanno una certa importanza. Appunto perché parole e comportamento sono gli unici segnali esterni che ci permettono di memorizzare impressioni sui propositi nascosti o impliciti. E allora fateci capire perché, nel manicomio in cui si è cacciata la politica italiana (e genovese), dobbiamo continuare a sciropparci panzane incredibili e a veder liquidati con supponenza e con la velocità della luce progetti che invece meriterebbero almeno un minimo di attenzione. Due esempi pescati nel bouquet delle cronaca recentissima. A Livorno si discute con grande serietà su una rivisitazione del piano regolatore che prevede il ribaltamento a mare del porto, previo investimento di 1,5 miliardi di euro. Soldi che esistono solo nelle favole e che comunque neppure un pazzo spenderebbe mai. A Genova, invece, disco rosso accompagnato da sdegnate reazioni politiche alla possibilità, piuttosto concreta, che Fincantieri costruisca carceri galleggianti. Ci spintonano ai margini del surreale, ci stordiscono con effetti speciali. Livorno, patria del ministro Matteoli (che non trova due centesimi bucati neppure per la manutenzione dei porti), diventa il simbolo delle missioni impossibili. Il progetto depositato sul tavolo dell’Authority labronica si chiama “Piattaforma Europa”. E’ una rivisitazione del piano regolatore, qualcosa di vagamente somigliante all’affresco – di non rimpianta memoria – commissionato a suo tempo a Renzo Piano da Pericu, Biasotti & C. Anche in questo caso non c’è copertura finanziaria: il costo ipotizzato sfiora il miliardo e mezzo di euro. Le cifre sono colossali: 100 ettari di piazzali, 5 chilometri di nuove banchine, una diga foranea di 4 chilometri e mezzo. L’intero porto di Livorno viene ribaltato verso il mare. Raddoppiati gli ingressi ai terminal, nove nuovi accosti per i traghetti merci e altri 2,8 chilometri di banchine per il traffico contenitori e 50 ettari di piazzali. Contemporaneamente a Genova si bollano in cinque minuti come improponibili, proposte che potrebbero essere realizzate in poco tempo. Non c’è una via di mezzo che ci scampi dalla follia? Andremo forse controcorrente, ma al di là dell’episodio contingente, non ci convince la logica che porta a censurare a prescindere il piano che assegna a Fincantieri la realizzazione di carceri galleggianti, strutture penitenziarie per detenzioni temporanee, chiatte in grado di accogliere persone e attraccate in un porto. Si può fare a pezzi questo progetto con le armi dell’ideologia, come fanno i neoconvertiti per decreto alla liberaldemocrazia. Lo si può esaminare dal punto di vista economico, per le sue ricadute sul territorio e l’occupazione che garantirebbe. Anche un cretino capisce che questa commessa darebbe nuovo ossigeno alla produzione. Facciamo finta di non vedere che lo stabilimento di Sestri Ponente è in questo senso tra i siti Fincantieri più a rischio? Lo storico cantiere genovese sarebbe naturalmente il primo a beneficiare di questa eventuale nuova commessa. Anche perché Genova dovrebbe essere la città-pilota dell’esperimento. Ma l’opposizione del sindaco Marta Vincenzi è feroce e assoluta. Galere sul mare no e stadio sul bricco sì? Forse sarebbe il caso di esaminare con maggiore scrupolo costi e benefici di un’operazione che potrebbe alla fine intrecciarsi a filo doppio con la ristrutturazione dell’intera zona di Marassi e l’ampliamento dell’antico stadio Ferraris. Con un occhio di riguardo, magari, al cantiere di Sestri Ponente, la prima realtà produttiva cittadina. Una fabbrica di navi che occupa, fra interni ed esterni, circa 3 mila lavoratori e che produce ogni anno un indotto di circa 1000 piccole e medie imprese del territorio, per un volume d’affari che solo in Liguria supera i 500 milioni di euro. A proposito. Com’è che l’attesissimo piano di sviluppo per Sestri è sempre sospeso tra il dire e il fare, continua a galleggiare all’interno dell’“accordo di programma”? Eppure prevede il ribaltamento a mare del cantiere e la cessione alla città delle aree oltre la ferrovia. E’ funzionale proprio alla ricerca di nuove commesse. Che non si trovano al self-service.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Argomenti: