Porto 2010: l’uomo, la bestia e le virtù

Riconsegnare ai portuali della Compagnia Unica il controllo del ciclo produttivo e agli ispettori dell’Authority la supervisione sulla squadra, l’organizzazione del lavoro e la sicurezza. Prelevare almeno 10 milioni dai proventi dello scudo fiscale e investirli subito su formazione, ricerca, scuole, professionalità, prevenzione. Riconoscere l’unicità e la valenza internazionale del porto di Genova e consentire a Palazzo San Giorgio di trattenere una minima percentuale dei proventi in tasse e gabelle varie. Autonomia finanziaria, dunque, e riorganizzazione del lavoro e della produzione. E, soprattutto, tentare di recuperare per Genova, Savona e La Spezia la leadership strategica nazionale.

Ai politici e agli amministratori liguri, chiediamo di realizzare queste minuscole riforme e di raggiungere gli obiettivi entro i primi sei mesi del 2010. Mettano il governo con le spalle al muro, s’inventino qualche diavoleria, dimostrino per una volta di amare il porto, garantiscano affidabilità oltre il diluvio delle promesse vuote. Su questo impegno misureremo credibilità e buona fede, insieme alla loro genovesità. In caso contrario, daremo per acclarato il bluff, troveremo il modo di ribellarci ad una mediocrità che non è affatto comoda e riposante ma solo un abito vecchio che sa di fumo e naftalina.

Port Pride, la giornata dell’orgoglio portuale invocata dai numerosissimi frequentatori di Pilotina, sarà il momento della verifica finale. L’ultima chance per un gruppo dirigente che ha smarrito da tempo il senso della realtà e non mostra di percepire la deriva dell’economia marittima e portuale nazionale. La legge di riforma, fondamentale per innovare l’intero sistema, è scomparsa dall’agenda politica. Inaugurazione del primo cantiere del Terzo valico rinviata per neve. Spariti i soldi destinati all’Autorità portuale di Genova per Cornigliano, i danni alla mareggiata dello scorso anno e per la manutenzione ordinaria. Il problema del lavoro (che manca) rischia di trasformarsi in mina vagante. Gioia Tauro intanto affonda nei debiti, Cagliari è moribondo. I porti italiani di transhipment sono condannati alla disfatta. Non sono stati solo gli economisti distratti a sbagliare le previsioni finanziarie, ma anche i cattivi governi, i pessimi ministri e i mediocri consulenti a distribuire importanti risorse pubbliche ai porti del Sud, convinti che si sarebbero rivelati alternativa alla industrializzazione e salvagente per l’economia assistita. Doppio danno. Il Sud incassa l’ennesimo smacco e i pochi porti del Nord su cui si doveva puntare restano senza risorse per lo sviluppo.

La politica che alimenta la saga degli eterni progetti e degli eterni cantieri è chiamata nel 2010 ad un estremo atto di coraggio: ridisegnare la mappa dei porti italiani, consegnare ai pochi indicati i poteri e le risorse. Reintrodurre il ministero della Marina Mercantile o del Mare. Decretare il fallimento del cluster marittimo, formato dall’associazionismo istituzionale e imprenditoriale: si è rivelato debole, balbettante, privo di peso politico, totalmente ignorato da governo e parlamento . Smantellare Assoporti, non solo perché non ha senso in un Paese sempre più federalista, ma soprattutto perché il perenne equilibrismo per tenere insieme realtà lontanissime ha danneggiato tutti, abbassando il profilo della portualità.

L’intero settore, in Italia, ormai si regge sulla buona volontà di una quindicina di persone al massimo. Tra queste il ministro ombra Ercole Incalza, sulle cui spalle pesa un dicastero che sta crollando. I tanto vituperati terminalisti, che stringono cinghia e denti per non licenziare e tenere insieme la baracca. Aponte (Msc) e Foschi (Costa), che reggono l’urto di una crisi spaventosa, armatori che investono come i Messina. I presidenti Merlo e Canavese al Nord e Mariani al Sud, che non si arrendono e difendono con unghie e denti il ruolo pubblico dell’istituzione portuale. Il leader della Culmv Antonio Benvenuti, che sta guidando con fermezza una nave tra i marosi, il console dei carbonini Tirreno Bianchi che ha agganciato Ferrmed. La politica? Non pervenuta. Un parlamento perennemente in vacanza di idee, un sindacato sterile e debolissimo, le ferrovie allo stremo, una marea di parassiti che vivono alle spalle del sistema. Questa è la scansione nerissima e ripetitiva dello shipping tricolore nell’anno di grazia 2010. Viverci dentro non è una festa.

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