Troppi becchini al capezzale dei porti, Genova lanci il nuovo modello

Che manicomio, ragazzi! Viene voglia di dire: prendeteveli pure i porti, però anche i politici e i ministri, i portaborse e gli strateghi. Ve li regaliamo, nessun diritto di riscatto a nostro favore. Chissà, forse ci scappa anche un terminal per Pilotina… Gli ultimi dieci giorni, del resto, testimoniano un indubbio salto di qualità sul piano dell’impudicizia globale, della svendita dei valori sociali. Assalto annunciato al patrimonio pubblico. Politica allo sbando, assistenzialismo raffazzonato, confusione mentale, siluri, deregulation amministrativa, retroscena perversi. Spettacoli di successo, non a luce rossa ma a sfondo nero. I porti impietoso ritratto dello sfascio di una classe dirigente. Senza slanci, senza idee. Cinica, inefficiente. Che si lascia mangiare in testa dal potere finanziario, si fa schernire dagli interessi clientelari.

L’Autorità portuale di Manfredonia è l’unica in Italia a beneficiare di fondi provenienti dalla Finanziaria, 30 milioni di euro. Per soccorrere Gioia Tauro, Taranto e Cagliari, il ministro Matteoli fa approvare un emendamento nel decreto “mille proroghe”: nei prossimi due anni i porti potranno diminuire, fino ad azzerarle, le tasse portuali e di ancoraggio. Il decreto è contrario alle norme europee, è un inno alla distorsione della concorrenza, scatenerà solo guerre commerciali. Però il leader della Cgil, Epifani, fa da sponda all’assistenzialismo, scopre la Caporetto del sistema portuale e chiede un tavolo di confronto. Neppure ventiquattr’ore dopo i sindacati confederali dei trasporti impugnano il provvedimento, sparano a zero contro Matteoli. Intanto si scopre che un miliardo di euro sono bloccati nella Tesoreria dello Stato, per cavilli burocratici e incapacità di spesa di alcune Authority. Il testo di legge sui porti, già confezionato, scompare dall’agenda del Consiglio dei ministri: senza autonomia finanziaria negata da Tremonti, la riforma della 84/94 è praticamente affossata.

All’ormai celeberrimo convegno di Trieste, il vice ministro Castelli cavalca le tesi di Unicredit. Prende forma e sostanza un mega terminal a Monfalcone, quando al Cipe è arenato da tempo il disegno per la piattaforma logistica di Trieste. Mauro Moretti continua a dar lezioni, dopo aver smantellato il settore cargo delle Ferrovie.

Unicredit annuncia grandi disponibilità finanziarie, ma non partecipa alle gare per i mutui chiesti dalle Autorità portuali. Il presidente della Commissione Trasporti della Camera, Valducci, lascia intendere che i guadagni delle autostrade potrebbero essere usati per finanziare i nuovi porti. Si consolida il pool formato da Unicredit, Benetton, Gavio, Abertis: chiedono però carta bianca per scavalcare gli attuali livelli istituzionali e investire nel sistema logistico. Medici che salvano il malato o becchini che si spartiscono quel che resta? Le banchine laboratorio di una massiccia deregulation amministrativa? O possibile nuovo modello di sviluppo, pronto a coniugare l’intervento dei privati con la riforma della gestione pubblica? Come uscirne? Forse con la consapevolezza che questo sistema arcaico, burocratico e statalista, sarebbe comunque fuori tempo, anche se fosse migliorato. Perché è un sistema rigido, funzionante solo con un’amministrazione pubblica estremamente efficiente e preparata.

E perché la nostra economia sta dimostrando proprio adesso, nel pieno della crisi, che le risorse migliori vengono utilizzate dall’iniziativa privata, grazie alla maggiore flessibilità e a tempi di decisione adeguati. Il fatto è che con il blocco del sistema delle partecipazioni statali che le aveva costruite negli anni Cinquanta e Sessanta, le infrastrutture italiane sono rimaste ferme. L’ultima grande impresa è stata la costruzione di Voltri, ma anche quel terminal arrivò con trent’anni di ritardo rispetto ai progetti iniziali. E allora forse il problema non sono questo o quel governo, questo o quel ministro. E’ il sistema che va ripensato alla radice. Un nuovo modello pubblico – privato è l’unica strada percorribile. Definire modi e tempi di questa nuova politica, potrebbe essere il terreno sul quale Genova dovrebbe ritagliarsi una valenza nazionale nel dibattito. Non vi pare?

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