Urne, banche e porti: la via savonese alle riforme

Quanto valgono i porti liguri nelle urne elettorali? Non esistono riscontri esatti, perché politica e banchine amano incontrarsi un po’ ovunque: dalle grandi piazze in cui si pianificano e affrontano le competizioni internazionali, fino alla grigia zona di confine dove si naviga a vista, tra consociativismo e convenienze. Quest’ultima resta ancora la strada più battuta. Resta comunque da capire se e con quanta voglia gli elettori condizioneranno il futuro prossimo di Genova, Savona e La Spezia. Non occorre la sfera di cristallo per intuire che dopo le regionali la politica dovrà scegliere in tempi brevi a quali interventi affidarsi per sostenere lo sviluppo delle infrastrutture e dei traffici. Come rimpiazzare, in altre parole, lo spazio al centro lasciato libero da uno Stato mai così insensibile. Accettare il rovesciamento del mondo operato dalla potenza sovvertitrice del denaro? O imporre uno schema inedito di riforme e modernizzazione del sistema portuale? Le opzioni sul tappeto, sono sostanzialmente tre: il modello Unicredit, la soluzione interna lanciata da Rino Canavese a Savona e la terza via, quella genovese. Colossi del calibro di Benetton, Generali, Gruppo Gavio, Ferrovie e la multinazionale iberica Abertis, fanno il loro ingresso nella neonata Unicredit Logistic, società attualmente partecipata al 100% dal gruppo che fa capo all’ad Alessandro Profumo. Unicredit ritiene che sia proprio questo il momento in cui investire, perché il settore ha un altissimo moltiplicatore del reddito. La soluzione savonese potrebbe rappresentare un punto di mediazione ed equilibrio. Il presidente Rino Canavese dimostra che se Unicredit resta interlocutore importante, esistono anche partner alternativi. Che non mettono in discussione il primato dell’ente pubblico, cui viene garantita comunque la continuità della regia e della pianificazione. Un pool di banche formalizza l’offerta relativa al finanziamento della quota pubblica della piattaforma di Vado (300 milioni), cui si uniscono per 150 milioni i fondi privati messi a disposizione dalla società APM Terminals. Il pool di banche è costituito da BNL–Gruppo Bnp Paribas, BIIS Banca Infrastrutture Innovazione e Sviluppo, MPS Capital Service Gruppo Montepaschi e Banca Popolare di Vicenza. Il ragionamento di Canavese non fa una grinza. Il mercato del Nord Ovest italiano, cui Genova e Savona fanno riferimento, è ancora oggi per il 30% servito dai porti del Nord Europa: è evidente il ritorno economico, anche per le casse dello Stato. Nel caso di Vado, il debito viene pagato con il 25% del gettito Iva generato dalla piattaforma per un periodo di 15 anni. Non solo: Canavese impone il protagonismo dell’Authority e attribuisce alle banche solo il ruolo di soggetti finanziari e controllori del progetto. C’è infine la terza via, quella genovese. Applicabile ad un porto di valenza internazionale, che deve coniugare l’interesse della collettività alla remunerazione del capitale. Necessariamente, i protagonisti sono tre. Il progetto prevede l’intervento dello Stato per le infrastrutture, con la partecipazione dei soci privati di mestiere (il cui core business è centrato sulla logistica) e di un partner finanziario. Tre soluzioni che s’intrecciano e alla fine potrebbero forse risultare compatibili. Ma quanto incideranno politica e finanza sulle scelte finali, se mai ci saranno? Che cosa ne pensate?

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