Porti Connection: nuova frontiera contro la scure di Tremonti

La notizia: nelle prossime ore il ministro dell’Economia, Tremonti, proporrà al Cipe di azzerare il tesoretto del fondo infrastrutture. Qualche domanda, che sottopongo alle vostre riflessioni.

1) E’ più devastante il capo contabile di Berlusconi che cerca in tutti i modi possibili di rastrellare denaro per coprire i buchi e tener fede gli impegni presi in sede europea, o è più colpevole il ministro Matteoli che in due anni non è riuscito a produrre e farsi accettare dal collega uno straccio di proposta credibile a sostegno dei porti e dello shipping?

2) E’ ancora tollerabile questa politica complementare a maggioranza e opposizione, che persegue l’unico obiettivo di conservare la mediocrità del sistema, alimentandolo con clientele, falsi progetti di sviluppo, difesa ad oltranza delle rendite di posizione e delle corporazioni?

3) Qual è il livello di credibilità delle associazioni di categoria preposte a difendere i supremi interessi dell’economia mercantile e rivelatesi nei fatti vere e proprie botteghe d’affari di un potere antitetico allo sviluppo e alla crescita sociale?

Sono ormai sistematiche le umiliazioni che il governo infligge al sistema portuale italiano. Emarginato, barattato e strumentalizzato per miserabili interessi di parte. L’ultima scelta di Tremonti supera le più pessimistiche previsioni. Ma è anche la spia di un male anche più profondo. Fare terra bruciata dentro e intorno ai maggiori porti, trasformandoli in altrettante frontiere di guerra, significa aver smarrito completamente il senso di una ragionevole pianificazione. Non investire nulla nelle infrastrutture, equivale a provocare scientificamente danni e costi gravissimi al Paese, che resterà privo di strumenti per la ripresa e lo sviluppo. Tagliare i fondi necessari per realizzare subito le opere strategiche già programmate (a cominciare dal Terzo valico), avrà lo stesso effetto di una bomba atomica sul sistema logistico italiano.

La vera competizione, oggi non si gioca più sul mare ma sulla terraferma. Sarà missione riservata ai politologi comparare il peso della crisi alle scelte sciagurate di un governo e dei suoi complici. Ma nelle stesse ore in cui le promesse di federalismo suonano come un beffardo bluff, acquista valenza determinante la capacità dei porti liguri di affrancarsi dalle battaglie di retroguardia in difesa di un modello organizzativo defunto nei fatti. Ed è soprattutto vitale il tentativo politico di aggregazione, annunciato dallo stesso governatore Burlando su Pilotina, con le altre regioni del Nord e del Centro interessate alla creazione di un’alleanza logistica. Per innovare – è un altro messaggio lanciato sul nostro blog – serve il coraggio di ammettere le “diversità”, accettare che esistano esigenze diverse tra i porti, una via di mezzo tra l’eccesso di “democrazia” e l’egemonia di alcuni scali. In assenza di questa scelta non si andrà da nessuna parte.

Oltre al tentativo encomiabile del senatore Luigi Grillo di riagganciare un minimo di autonomia finanziaria per le Autorità portuali attraverso il recupero di una piccola quota di Iva, c’è un’altra realtà, su cui si può e si deve da subito lavorare in maniera concreta. Per i porti liguri sono urgenti non tanto nuovi aumenti di capacità, quanto la realizzazione di moderne infrastrutture di collegamento con il mercato, la modernizzazione di procedure arcaiche e l’abolizione di inutili rendite di posizione, che limitano la competitività rispetto al Nord Europa. E’ su questo terreno che la partita può essere giocata con buone possibilità di successo. Senza facili illusioni.

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