Così l’Italia dei Matteoli esporta container di aria fritta

L’Italia dello shipping si adegua alla politica di Matteoli, quel ministro ben conservato e appena corrucciato nel suo bel volto senza rughe, i cappelli neppure imbiancati e la pinguedine soddisfatta: esporta spiedini di nuvole.

Insomma, nonostante le furberie, le amicizie e l’abilità delle cordate in doppiopetto che scommettono a occhi chiusi sul boom dell’Adriatico (!), all’estero mandiamo scatole vuote. Triste situazione.

Una quota crescente dei container spediti dai porti italiani, soprattutto verso l’Asia, è piena di sola aria. Sono i container vuoti, che da una quota fisiologica del 25% raggiungono valori tali da accentuare lo sbilanciamento dei traffici tra import ed export.

Non solo: una quota altrettanto elevata di container pieni all’esportazione, contiene prodotti a bassissimo valore aggiunto. Al primo posto delle commodities che riempiono i nostri container all’export, c’è infatti la carta da riciclo (waste paper).

È un dato preoccupante. L’Italia retrocede in tutti i settori ad alto valore aggiunto. La realtà è che, secondo l’Istat, il saldo commerciale del solo mese di settembre dell’Italia verso i Paesi extra Ue, risulta in deficit per 2,7 miliardi di euro, in peggioramento rispetto al disavanzo (569 milioni di euro) dello stesso mese del 2009.

In settembre le esportazioni verso i Paesi extra Ue sono aumentate solo del 13%, rispetto ad un incremento delle importazioni del 32%. Si tratta di un trend ormai consolidato, che purtroppo manifesta i suoi effetti nefasti sull’occupazione, soprattutto giovanile.

E le aspettative delle imprese industriali italiane sono di ulteriore riduzione di manodopera nei prossimi mesi, sia pure a ritmi più contenuti. L’Italia, come sottolineano gli economisti di Confindustria nell’analisi congiunturale mensile, recupera con più fatica degli altri Paesi europei, zavorrata da perdita di competitività, costo del lavoro, problemi occupazionali, margini delle imprese erosi anche da rincari delle materie prime e tassi in aumento.

Una trasformazione al ribasso per una delle economie industriali più votate all’export, anno dopo anno viene consumato il capitale accumulato in cinquant’anni di crescita. In questo scenario, il dibattito sui porti e sulle infrastrutture necessarie al loro funzionamento è del tutto surreale.

Si continuano a proporre progetti faraonici, come quello di Venezia, che non tengono in alcun conto la realtà della domanda, sia reale che potenziale, del mercato e delle imprese. Mentre dal fronte governativo, nella migliore delle ipotesi si naviga a vista, accentuando la distanza siderale dalle esigenze delle aziende e della portualità.

Se i piani industriali tenessero conto della realtà delle imprese, si capirebbe quanto il nostro sistema logistico sia frutto del caso. Senza una politica, senza una strategia credibile. Così ogni porto continua a lavorare per se stesso e non si capisce quali siano le decisioni a livello nazionale. La “Nave Italia” resta incagliata nella palude.

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