Porti e politica: voglio trovare un senso a questa storia (che senso non ne ha…)

Voglio trovare un senso a questa storia, anche se questa storia un senso non ce l’ha... Se Bersani avesse avuto una briciola di quella voglia propagandata sui manifesti e il coraggio di bussare a sinistra, rilanciando il tema centrale delle infrastrutture e inchiodando Berlusconi alla realizzazione immediata di due o tre opere, avrebbe almeno incassato il plauso dello shipping. E’ stupefacente l’incultura gregaria della sinistra, che ha smarrito la bussola della modernità e non sa parlare di lavoro e disuguaglianze, modernizzazione, imprese e partecipazione. Bastava accennare al fatto che porti e shipping navigano senza autonomia finanziaria, senza un ministro di riferimento e con uno (Tremonti) che ostacola, senza gli interventi teorici delle banche, senza la legge di riforma, senza una politica capace di arginare i campanilismi e gli interessi territoriali. Il che non ha impedito nel 2010 ai porti liguri di reggere, dimostrando di saper affrontare la crisi tentando di uscirne a testa alta da soli. Si può dire lo stesso degli altri, che addirittura faticano a rendere pubblici i dati dello scorso anno? Se alla pirotecnica campagna di comunicazione lanciata a sostegno di Monfalcone, Trieste e Venezia fosse corrisposto un coerente sviluppo, oggi quei porti dovrebbero rappresentare un fenomeno assoluto. In realtà movimentano traffici container marginali e con crescite risibili. Per non parlare dei porti di transhipment. Surreale e vergognoso è anche il brusio di presidenti, sindaci e parlamentari che strepitano scandalizzati perché si vuole togliere i soldi ai porti che non li hanno spesi.

Per trasparenza, quelli che strillano dovrebbero rendere pubblici (magari nei siti web delle Autorità portuali) i piani delle opere degli ultimi 5 anni, l’ammontare del finanziamento statale, l’andamento dei lavori e le ragioni dei ritardi. Sarebbe curioso, troveremmo molte sorprese. Sono le merci a dettare le regole, non le idee balzane e originali. La crisi avrebbe dovuto suggerire alla politica di scegliere tra i porti con un futuro e quelli senza prospettive. Così come occorrerebbe ridisegnare la mappa dei ruoli istituzionali tra governo, Regioni e Autorità portuali. Su queste ultime andrebbe fatta chiarezza, individuando requisiti più seri per valutare la funzionalità e le capacità dei presidenti. Perché non costituire un albo nazionale dei candidati presidenti, cui attingere per evitare penose improvvisazioni. Servirebbe una griglia, per valutare l’operato delle gestioni su alcuni criteri ben precisi: impostazione di piano regolatore, opere realizzate o avviate durante il mandato, produzione di servizi di interesse generale, riduzione dei costi interni dell’ente, sistema di verifica delle concessioni, capacità di coordinamento del sistema. Rilanciare il tema degli accorpamenti non è certo un optional. In Germania e Olanda la politica sta riflettendo sull’unificazione di governance di più porti. In Spagna le Autorità portuali saranno dimezzate. E’ un peccato mortale provarci anche in Italia? Avviando sinergie, riducendo gli sprechi, elaborando visioni un po’ più complesse e lungimiranti. Ad esempio: perché non lanciare, in via transitoria, un’azione di coordinamento stretto e reale delle Regioni portuali dell’Alto Tirreno e dell’Alto Adriatico, per evitare concorrenze interne a dir poco aberranti? Un esempio di programmazione è quello della spagnola Puertos del Estado, un organismo tecnico e non politico che da noi non esiste.

C’è un modello alternativo di porti da costruire e raccontare. Di fronte al fallimento del governo, avranno il coraggio Bersani e i suoi uomini (e presidenti) sparsi per la penisola di recuperare passione per la vita reale della gente, aiutarla a ripartire, sostenerla nel suo darsi da fare? Avranno finalmente voglia di trovare un senso? Perché intanto, con o senza di loro, domani è un altro giorno e arriverà lo stesso.

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