Le mille proroghe all’Apocalisse dei porti

”Quando i mille (anni) saranno trascorsi, Satana sarà sciolto dalla sua prigione”.

In Italia le parole di Giovanni (Apocalisse, 20.6) sono state prese alla lettera. Con burocratico ritardo, come da tradizione… Le ragioni di tutti diventano la suprema garanzia e ne assorbono ogni altra: dal Milleproroghe al Decreto Omnibus, che per i porti equivale ad un concentrato di campanilismo pecoreccio, al trionfo dei padrini e dei faraoni affaristi. In attesa che l’Apocalisse della Seconda Repubblica si consumi secondo profezia, ecco la scialuppa di salvataggio. Ressa, calci e coltellate per salire e proteggere a colpi di fiducia baronie locali, interessi personali e collegi elettorali. Nell’epoca buia della politica, il Milleproroghe-Omnibus vale una legge finanziaria. La versione 2011, ultima spiaggia dei naufraghi bipartisan, ha il triste primato di decidere più di una manovra targata Tremonti. In cui anche la Liguria, priva di referenti politici adeguati, si scopre più miope e divisa, incapace di produrre una strategia comune. Nei porti, come in ogni altra italica vicenda, si sta consumando una balcanizzazione. E’ una lotta povera tra territori, con dispersione di energie e di risorse pubbliche.

Respiriamo l’odore acre del fumo dopo gli incendi appiccati dalle guerre combattute sulle sponde dell’Adriatico, da Venezia a Trieste. E’ vero, il potere concentra l’attenzione dove individua la preda grossa, dove viene allestito il banchetto propiziatorio dedicato al dio denaro. Gioia Tauro riesce addirittura a compattare maggioranza e opposizione: miracoli del consociativismo. I porti liguri sono zona franca. Niente da spartire, se non gli stracci. Investimenti miliardari solo sulla carta. Nessun colosso bancario, al massimo qualche collasso. E i primari di Stato non passano neppure per la visita di controllo.

Il parlamento non riesce a varare una legge di riforma al massimo ribasso. I ministri Frattini e Brunetta parlano di porti come del Sarchiapone e trasformano un problema nazionale in una sfida tra Trieste e Venezia, i loro collegi elettorali. Del resto, il testo sulla portualità contenuto nel maxiemendamento al Milleproroghe - pur premiando la Liguria con i soldi per Vado e Sestri Ponente - è simbolo di un fallimento. La parte in cui finanzia Vado, cancella di fatto l’unica parvenza di federalismo fiscale. La piattaforma Maersk doveva essere finanziata con il gettito futuro previsto della tasse portuali. Contrario al solo principio di autonomia, Tremonti ha stoppato. Ben consapevole che senza aver ottenuto prima il via libera a Vado, Maersk mai avrebbe avviato una trattativa su Monfalcone, Frattini si è rivolto al premier ombra Gianni Letta. Che per evitare la frittata ha convinto Tremonti a mettere soldi cash. Togliendoli agli altri.

Soldi anche ai porti di transhipment, geniali sostenitori con il presidente Grimaldi di Gioia Tauro dell’inutile e controproducente abolizione della tassa d’ancoraggio: oggi non hanno neppure più i quattrini per la carta igienica. Soldi non revocati alla lobby dei porti “sin” (siti di interesse nazionale) anche se non hanno investito. Il problema è che parte di questi porti non spendono le risorse perché il ministro dell’Ambiente blocca i dragaggi: così si lasciano soldi e impedimenti. Intanto mezzo consiglio dei ministri si convoca e si sconvoca per decidere chi, tra Monfalcone e Venezia, dovrà realizzare entro il 2036 un terminal da 3 milioni di container. Forse li faranno entrambi… Follie e stravaganze. Mentre Genova e Savona stanno progettando una portualità che nel 2016 produrrà oltre 6 milioni di container, con strutture già realizzate. Collocare in questo scenario la politica ligure è impresa impossibile. L’opposizione dovrebbe urlare, ma non lo fa. In assenza di un ministro, Grillo, Bornacin, Musso, Biasotti, Scandroglio e colleghi dovrebbero minacciare rappresaglie e pretendere almeno un trattamento uguale a quello che si vuole riservare all’Adriatico, che tra l’altro è un mare morto e senza futuro. Ne avranno mai il coraggio?

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