Nelle mani di Burlando il destino (in bilico) di una legge senza nome

Genova? L’unico porto al mondo che non vuol sapere dove è nato, perché è nato e qual è la sua storia. Trovano dunque giustificazione genetica le ricorrenti esternazioni che consentono a molti protagonisti della politica e delle imprese di mettere ogni giorno in discussione identità e sostanza della prima industria cittadina. Non si tratta solo di miopia e conservatorismo dei genovesi dall’ardimento salottiero. La storia è semplice, la trama antica e complicata: la tensione verso il cambiamento di alcuni viene soverchiata dal peso del potere deteriore e consociativo. E il senso del bene comune e delle sue regole si appanna. Come saggiamente rileva dalla Città Santa il nostro osservatore dei sacri palazzi, uscire dalle traiettorie tracciate sulle cartine geopolitiche significa tutelare maggiormente l’autarchia del potere. Evitare di misurarsi con il mercato internazionale consente di perdere tempo per studiare algoritmi sofisticati al fine di dividere l’unica torta in fette precise e rigorosamente proporzionali ai bisogni dei commensali affamati, invece di utilizzarlo per crearne di nuove. E’ una situazione innaturale, contraddittoria. Ma per il governatore della Liguria può rappresentare anche un’occasione unica per imprimere la svolta, recuperare dignità alla politica e all’istituzione e trasformare i progetti riformisti in legge. Il piano Fincantieri per salvare le costruzioni e trovare nuovi sbocchi alternativi alla produzione, le riparazioni navali con la sesta vasca, l’autonomia finanziaria e il patto con Unicredit per saldare investimenti a nuove infrastrutture, la crisi di Slala, le società di corridoio: su questi temi Claudio Burlando deve rompere gli indugi e proporre una legge regionale che definisca strategie, regole e visioni. Un piano di economia del mare per sfidare Roma.

Dopo mesi di discussioni sui progetti inabissati del Nord Est, su una legge di riforma fantasma e su piani della logistica virtuali, la Regione ha il dovere di difendere la malandata Liguria dei porti. Che resiste, cresce e pretende una forte spinta in termini di chiarezza, qualità e sostanza. Si parla di alleanze, di sistemi, di federalismo: la legge regionale è l’unica risposta concreta e possibile. Burlando predisponga una legge innovativa, se gli serve riprenda il piano regionale della logistica che Merlo assessore avviò con la preziosa collaborazione di Tirreno Bianchi e che Vesco ha cestinato. Offra al Paese un modello inedito e vincente. Metta a fattore comune i tre piani regolatori portuali , costituisca una figura di coordinamento che uniformi i servizi e le procedure (dai controlli alle dogane), che regoli i piani di impresa e le concessioni, che saldi infrastrutture e retro porti, unifichi le diverse esperienze di trasporto ferroviario. Insomma, se ne è capace Burlando battezzi quello che di gran lunga potrebbe essere nei fatti il più importante porto del Mediterraneo. Le poche risorse destinate oggi ai porti servono soprattutto a mantenere potere periferico e clientelare. Da anni non esistono scelte nette di politica dei trasporti. Le grandi multinazionali dei traffici sbattono il muso contro una burocrazia terrorizzata dal cambiamento, immobile e aggrappata alle poltrone, conservatrice e politicizzata.

Per la Regione Liguria è il momento di osare, di presentare un grande progetto da condividere con Lombardia e Piemonte. Il caso Fincantieri, del resto, è emblematico: riguarda e coinvolge tre territori, una progettualità regionale per le costruzioni e le riparazioni navali, la nautica, il militare. Solo una visione regionale può evitare errori, sprechi di risorse e di territorio, assurda concorrenza campanilistica. Irrilevante per l’attuale governo fino a renderla marginale, dilaniata da pulsioni particolaristiche fondate sull’egoismo e sulla paura, con uno scatto d’orgoglio la Liguria può riconquistare almeno una briciola dell’antica e secolare indipendenza repubblicana. Ottimo modo per festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia.

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