Fincantieri: esame finale (e selezione politica) per la città invisibile

I vari livelli di cialtroneria tendono sempre ad emergere nelle occasioni solenni o cupe. E così i quotidiani nazionali scoprono che in Italia esiste anche un’industria navalmeccanica. Sindacati e amministratori che non ignoravano si mostrano scandalizzati. L’establishment che fino all’altro ieri telepilotava il banco del mutuo soccorso grazie a fidatissimi servitori, adesso s’indigna. Uomini di partito che a tempo debito (tre anni fa) non hanno sollecitato l’accordo per il ribaltamento a mare della fabbrica di Sestri Ponente, sproloquiano sul niente. Mentre la Lega, che con genialità rivendica centrali di potere pubblico e clientele per Milano, non caccia Matteoli dal governo e non restituisce ciò che dovrebbe appartenere a Genova per storia, cultura e diritto acquisito: il ministero della Marina Mercantile e dei Porti. Se c’è una morale da ricavare dal terremoto che in queste ore sta squassando la nostra cantieristica, è che Fincantieri e Sestri sono l’esame finale, un banco di prova. Ma anche di selezione politica. Abbiamo già scritto che Gianluigi Aponte è la speranza da coltivare, Costa Crociere la prospettiva forse più immediata della continuità produttiva. Sottolineando che il punto di ricaduta di un accordo che scavalchi la crisi mondiale delle costruzioni navali e restituisca il ruolo storico che compete al cantiere di Sestri Ponente, non può prescindere dal coinvolgimento diretto delle multinazionali del mare che sotto la Lanterna sono nate e risiedono o che oggi individuano il porto di Genova come sbocco obbligato dei loro affari. Rivisto e corretto grazie al ribaltamento a mare, a lavori in corso il cantiere genovese deve già avere la certezza della continuità produttiva, la garanzia assoluta che Sestri Ponente continuerà anche a costruire le navi più belle del mondo.

In una sinergia di mercato che saldi porto, shipping, ricerca, industria navalmeccanica e logistica ai grandi gruppi armatoriali e finanziari: un’eccellenza che nessuno in Italia, tanto meno il Nord Est, mai potrà offrire. E’ il jolly in mano alla politica, una carta più unica che rara. Verrebbe da dire: aprite l’asta e alzate la posta. Del resto, è naturale considerare offensiva e strumentale, se non provocatoria, la scelta con cui i vertici di Fincantieri mettono in discussione la sopravvivenza di una fabbrica di navi che ha fatto fortune e gloria dell’Italia marinara. Un piano industriale rassegnato, rileva il governatore della Liguria, Claudio Burlando. In questo vecchio schema di relazioni, il rapporto tra impresa e lavoro perde ogni cornice, si rinchiude nel cantiere, smarrisce ogni valenza nazionale e simbolica, quindi politica. I diritti di Sestri Ponente non sono solo quelli del lavoro, ma anche della democrazia, della classe di appartenenza a un mondo virtuoso che ha disegnato l’Italia mercantile, di un partito di rappresentanza, di una società con il senso del legame solidale tra i vincenti e i perdenti della globalizzazione. E’ una questione collettiva, tanto quanto lo sono le ragioni del mercato e della produzione.

E’ vero anche che Genova sta pagando con gli interessi il reale effetto della crisi del 2009. I rilevatori c’erano tutti, ma non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere. Ancora una volta, come già per la devastante crisi delle partecipazioni statali degli anni Ottanta, a colpire più duramente sono le aziende pubbliche, da Finmeccanica a Fincantieri. I mercati sono cambiati, occorrono decisioni coraggiose e repentine, è indispensabile verificare se si possono convertire professionalità e modelli di sviluppo, mantenendo le specializzazioni e le professionalità esistenti. Il rapporto diretto e strategico con l’armatore-investitore è spesso l’arma vincente per pianificare senza affanni e con qualche garanzia. Ma lo scenario è quello di sempre. Non c’è regia da parte del governo, sindacato e associazioni imprenditoriali sono spesso inadeguati ad affrontare le trasformazioni, continua a prevalere una difesa dell’esistente che condanna l’oggi e pregiudica le generazioni di domani. Servirebbe una guida della città autorevole, pragmatica, non evanescente, disposta a presentare un’idea di sviluppo per la Genova del futuro. La Vincenzi questa carta l’aveva e l’ha spesa male. Non c’è visione nel nuovo piano urbanistico comunale, già vecchio ancor prima di essere approvato. Serve una città autonoma, capace di costruirsi direttamente il proprio destino. Che sappia operare direttamente, come spesso oggi già accade in porto.

E’ indispensabile un’Autorità portuale dotata di autonomia funzionale e finanziaria. Burlando ci sta provando con tenacia sulla regione, Merlo sul porto. Nel suo piccolo Pilotina ha lanciato la proposta (accolta) degli Stati Generali dello shipping. Latitano strategia e sintonia istituzionale sul territorio. Un Comune che proponga un’idea nuova e alta di città, reale e concreta. Nessuno dei pretendenti di sinistra, destra e centro, sembra disporre di uno straccio di visione, figuriamoci poi di coraggio da mettere in campo… La gente del mare e del porto salverà e rilancerà Sestri. Per il resto, confidiamo nella Provvidenza.

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