Pit stop a rischio per il Porto TestaRossa

Il professor Ennio Cascetta non è un tecnico della Red Bull, se la cava meglio con la logistica e dopo molto tempo consumato come assessore a governare i trasporti della Regione Campania, deluso dal Pd, è oggi una delle teste pensanti di Luca Cordero di Montezemolo. Annusata l’aria, il presidente della Ferrari sbarca sotto la Lanterna, ammiccando all’imprenditoria amica con lo slogan “RiforMare”. Ma perché il pit stop – come spesso accade – non sia troppo indigesto per il Porto TestaRossa, occorrerà davvero che Montezemolo investa qualcosa di più e di meglio di una semplice passerella promozionale per il suo movimento (Italia Futura). Liti da comare, come le definisce Merlo. La borghesia del Levante che fa scudo con i suoi yacht al Molo Giano e i funzionari di sezione con tessera del PdP (partito del Ponente) che allo stesso presidente dell’Autorità portuale di Genova vorrebbero dettare le regole di utilizzo delle banchine. Trasfigurando la realtà, le categorie del bene e del male si muovono senza concretezza, si confrontano sulle emozioni. E non c’è traccia di rendiconto. Non dovrebbe essere troppo complicato, per chi guida una scuderia di Formula Uno, ritagliare l’agenda politica sulle aspettative reali del porto e della gente, lanciando quattro o cinque idee importanti per restituire alle banchine stremate una speranza di futuro. Il tentativo di riformare la legge 84/94 è fallito, già deprecare è grottesco: tanto vale pensare a una trasformazione radicale del sistema, prima che iniziative estemporanee come quella lanciata dalla Regione Sardegna con i traghetti spuntino come funghi e trascinino nel baratro l’intera economia marittima.

Per schiodare la Liguria dei porti dall’angolo in cui è imprigionata, fondamentale è piegare le resistenze trasversali e consociative dei poteri forti (terminalisti e dintorni) e della politica divisa tra le posizioni di Grillo e Nerli, Tullo e Mario Valducci, Debora Serracchiani ed Enrico Letta. L’obiettivo è offrire a Genova la prospettiva di unico porto corridoio al servizio della Pianura Padana ma soprattutto dei traffici internazionali. Continuando a legare la Compagnia Unica a un progetto di riforma moderno e non conservativo, magari cercando di favorire l’intesa con il mondo della finanza e dei traffici. Sarebbe già una mezza rivoluzione. Come quella avviata da oltre un anno da Tirreno Bianchi, console della Compagnia Pietro Chiesa, nel cuore della logistica europea. Confermato nei giorni scorsi a Barcellona vice presidente di Ferrmed, Bianchi può trasformarsi in referente per inserire gli interventi su Genova tra le cinque iniziative prioritarie indicate dal libro bianco dell’Unione Europea. Scendendo nei particolari, è indispensabile attribuire al porto di Genova il potere di coordinare tutte le amministrazioni del Corridoio 24. L’Autorità di Genova resterebbe come le altre (anche se il presidente potrebbe essere scelto con una procedura un po’ diversa, cioè l’intesa secca e senza terne tra Stato e Regione), ma godrebbe di poteri più ampi, ben oltre lo stretto ambito portuale. Obbligatoria l’istituzione di una commissione di controllo del rispetto delle regole, perché ogni porto fa storia a parte e le violazioni sono infinite: non esiste sviluppo senza regolamentazione e tutela di chi investe in traffici e capitali. Conseguente è la maggiore trasparenza nei casi di project financing.

Lo stesso Tremonti deve aver capito che oggi la portualità italiana è un bazar levantino, dove si buttano soldi senza produrre ricchezza ma solo per tutelare piccoli interessi. Il concetto di sistema portuale funziona più per impedire agli altri di fare che per spingere i traffici. Del resto, molti confidano che il Terzo Valico non si faccia proprio. Volete davvero RiforMare i porti, restituendo leadership e centralità alla Liguria? In questa stagione di transizione dal corporativismo al mercato globale, lanciate un modello politico-culturale che privilegi la verità contro le pubbliche manipolazioni. Se i rapporti continueranno ad essere vissuti tra sudditanze, mancato rispetto delle regole o, peggio, conflitti estenuanti fra pubblico o privato, il sistema malato esalterà solo chi lucra e allontanerà come la peste gli investitori seri. E anche la TestaRossa si schianterà sul circuito delle banchine.

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