Smart Port a ritmo di rock: la rivolta contro la politica delle figurine

Che Genova si candidi a diventare una città senza porto ma intelligente e di qualità, è già singolare. Che poi il Comune rischi di farsi sfilare sotto il naso da Torino, sponsorizzata da Finmeccanica, i finanziamenti europei (in gran parte privati) destinati al Progetto Smart City, è paradossale e grottesco. Ma logico: non c’è futuro per una città che cerca di rastrellare quattrini sognando «sostenibilità ambientale per uno sviluppo duraturo, attraverso un approccio condiviso che coinvolga tutti: imprese, ricerca, istituzioni, banche, la gente». Non il porto, che sporca e disturba la qualità della vita.

Simpatica riflessione di mezza estate: che cos’è rock e che cos’è smart? Qual è una città smart? Quella che consente agli americani di fare indisturbati acquisti a Mignanego e si fa soffiare una delle poche aziende locali (Api spa) leader sui mercati navali mondiali? Cornigliano è smart? E’ smart l’eutanasia decisa con il mancato ampliamento di Voltri? Sono smart i Comitati del No spalleggiati da amministratori che si vendono per quattro voti pur di galleggiare? Il Terzo valico al palo è smart? E’ smart la contrapposizione tra city e porto, cioè l’unico pezzo dell’economia genovese che ha resistito all’urto della crisi, che gode discreta salute, ha riconquistato credibilità sui mercati mondiali e risvegliato gli appetiti delle multinazionali? Sono smart le miriadi di imprese pubbliche (bagni, farmacie, manutenzioni, Iren.) che operano con costi tripli rispetto a quelli privati? Sono smart le cupole, i candidati alle primarie, le segreterie dei partiti, le ringhiere arrugginite di Corso Italia, la città sporca e sciatta, le angherie ai cittadini, il costo dei servizi scadenti che non ha pari nel resto d’Italia, i colli di bottiglia e i quotidiani incubi autostradali?

Forse saranno smart i consigli comunale, provinciale e regionale che esaltano la cultura del niente e che neppure tentano un approccio credibile con la pianificazione, la strategia, la visione di città e di vita. Sarebbe smart, o socialmente utile, che questa gente andasse a lavorare. Purtroppo nei documenti non sta scritto che è sicuramente smart e pure rock invitare le imprese ad investire a Genova, legarle a un patto per la crescita e in considerazione di vari parametri (numeri di occupati, livello degli investimenti, innovazione e ricerca) tutelarle con servizi a costo zero e incentivarle con minore taglieggio fiscale. Sarebbe davvero smart preoccuparci anche del destino dei rifiuti, creando in tempi ragionevoli un impianto di distruzione e contestuale produzione di energia per garantire l’autonomia e la sostenibilità.

Genova Smart City è un porto che riesca a competere con Rotterdam, visto che alle spalle può contare sui più forti mercati d’Europa: l’Italia del Nord e a 150 chilometri Baviera e Baden Wuttemverg. Ma vi pare che i protagonisti della nostra piccola politica locale, con i loro fallimenti individuali e collettivi e la corte di amministratori in quota, imprenditori amici e lobby satellite, offrano una vaga idea di smart city? Se Genova potrà mai conquistarsi quel distintivo di qualità, paradossalmente dovrà ringraziare il porto. Nella confusione prefallimentare, nel coma profondo delle idee e della responsabilità civica, nel piano inclinato della collusione, c’è spazio solo per la provocazione lanciata dai vecchi moli: per frenare la marginalizzazione ci resta il porto, rigorosamente rock. Se lasci gestire ai veterogenovesi e alla fantapolitica, è un attimo ritrovarsi in serie B.

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