Caro Passera, a Genova o si fa l’Italia o si muore!

Gentile ministro Passera,

il futuro del porto di Genova non è uno dei tanti dossier di cui occuparsi, è la sfida da vincere per riaffermare a livello nazionale e internazionale un pilastro, solido e reale, della politica industriale dell’Italia. E il futuro del cantiere navale di Sestri Ponente non è l’ennesimo e fastidioso fascicolo di lotte operaie, ma il primo banco di prova del Governo Monti, altro che Marchionne e Montezemolo. Qui o si decide che logistica, navi e shipping sono una priorità del Paese o si muore. Qui, caro ministro, o superiamo la politica delle logge e dei dossier o si affoga. Questa lettera aperta la legga senza timore o pregiudizi. A Genova, dove la politica ha fallito, un membro autorevole di un Esecutivo tecnico può tornare ad orientare vent’anni di scelte sbagliate, di provincialismo esasperato, di cristallizzazione degli interessi localistici pubblici e privati. Sì, a Genova: la città che ha inventato il moderno mercato finanziario ma anche la prima in Italia a svendere il suo patrimonio industriale, complice una classe dirigente inetta e forgiata dalle pulsioni dell’elettorato più corporativo. Se il cantiere navale di Sestri Ponente è il paradigma dell’alluvione industriale che rischia di tagliare anche le radici più antiche della produzione, il porto di Genova è il modello di riferimento di una politica nazionale inadeguata. Se si chiude una fabbrica di navi non si decide solo di liberarsi di una schiavitù urbanistica, ma si trasforma profondamente l’identità del territorio. E le conseguenze, come per i fenomeni naturali favoriti dalla cementificazione selvaggia, possono essere devastanti. Così impedendo al porto e all’industria marittima di moltiplicare traffici e lavoro, si favoriscono progetti speculativi importanti, ma si uccide l’economia del Paese.

Ripartire o morire? Per il plenipotenziario di Monti, Genova può rivelarsi faro della politica di riforme e di rilancio. Perché il problema, oggi più di ieri, non è ottenere una commessa tampone per Fincantieri, un metro in più di banchina o una percentuale di Iva da reinvestire. E’ semmai rivoltare il sistema con scelte vere di politica industriale. Spazzare via corporazioni, lobby e profittatori: una sorta di incubatrice per una classe politica senza regole e proterva. Sanare le inefficienze, varare al volo una nuova legge di riforma della 84/94 che scavalchi il consociativo raggiunto in sede di commissioni parlamentari e scelga i pochi porti italiani di dimensione europea su cui vale la pena investire risorse (non dello Stato ma private) per il bene comune. Il salto di qualità può essere impresso solo da due o tre porti-corridoio. E poi liberalizzando l’accesso al mercato ferroviario, perché l’Italia ha niente da difendere e ha bisogno di svizzeri, francesi, tedeschi e austriaci, quelli che al Nord producono 45 milioni di container rispetto ai 4 del Mediterraneo.

Caro Passera, dal suo osservatorio bancario ha sempre sostenuto la necessità della crescita dei porti e della realizzazione del Terzo valico: sia coerente, non tema i sospetti e indichi velocemente una nuova strada di sviluppo. Con l’attuale crisi di liquidità delle banche, non sarà impossibile motivare relazioni con i grandi fondi stranieri (dai cinesi agli indiani), ovviamente negoziando al meglio e non svendendo le infrastrutture. Da un nuovo governo di salute pubblica, del resto, non possiamo attenderci solo un adeguamento delle tariffe dei gestori autostradali e aeroportuali. Pensa sia possibile mantenere in vita 25 o 30 Autorità portuali? Minare alle radici l’industria navale più eccellente? O lasciare le banchine in mano a imprese che spesso non pagano, non fanno traffico e non assumono? E’ certo preferibile spingere per innovare il cantiere. E per costruire i corridoi, promuovendo un po’ di finanza di progetto. La vera svolta può venire dagli investimenti sul corridoio 24 (Genova-Basilea nella direzione di Rotterdam) e sul nuovo corridoio Adriatico-Baltico fra Venezia-Trieste-Monfalcone-Koper e Monaco-Vienna. Progetti sensati, se si pensa che fra Genova e Monaco vi sono circa 500 chilometri e 350 fra Trieste e Monaco, mentre Amburgo dista da Monaco quasi 1000 chilometri. I bavaresi vogliono il Mediterraneo per non dipendere dal mare del Nord.
La aspettiamo, ministro Passera. Le speranze di una città ferita ma orgogliosa, sono quelle di tutto il Paese.
Vogliamo pensare al futuro, qui e adesso. A Genova. Dove insieme all’economia moderna sono nati il mercato finanziario e la prima Società per Azioni. E’ a Genova, dov’è stata concepita la storia dei porti del mondo, che ancora una volta si decide il futuro dell’Italia.

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