Good bye Lenin! La sobria politica che ammazza la fabbrica delle navi

Genova. La politica al ribasso prodotta dai partiti, consegna le scelte strategiche nella mani di una minoranza. Ascoltare improvvisati amministratori farneticare di futuro è umiliante: non una parola per il porto, il mare, il lavoro e i cantieri. Molto sobriamente, può accadere che il risultato finale sia l’inadeguatezza. Adesso ci prova anche Corrado Passera, che vorrebbe ritagliare un piano appositamente per Genova. Il ministro dello Sviluppo Economico pensa di scorporare le attività civili di Finmeccanica nel settore dei trasporti (da Ansaldo Sts a Breda) e fonderle con Fincantieri, per realizzare un unico grande gruppo statale nel settore dell’industria della mobilità (aerea e terrestre).

L’idea non è nuova. Lo stesso Giuseppe Bono, attuale ad di Fincantieri, propose un progetto simile una decina d’anni fa, quando avrebbe avuto un senso per la diversa redditività dei due gruppi pubblici. Nessuno trovò il coraggio di attuarlo. Rilanciare oggi quel progetto, significa indebolire Genova e Fincantieri, costretta a prendersi in gestione gli avanzi malandati di Finmeccanica e spolpati dalla gestione Guarguaglini, nella stagione in cui l’azienda dovrebbe essere più che concentrata nella salvezza e nel consolidamento dei cantieri a rischio. L’ipotesi lasciata trapelare da Passera avrebbe poco senso anche in vista dell’espansione internazionale programmata da Fincantieri: megayacht, militare negli Usa e nei Paesi Bric, acquisizione del ramo offshore degli storici rivali coreani di Stx.

Sottrarre risorse al porto e al mare, sembra ormai il segno classico che caratterizza la vacuità della politica, delle amministrazioni locali e della classe dirigente italiana. Sempre in ritardo rispetto alle esigenze e ai tempi dell’industria. Restando in tema di costruzioni navali e navalmeccanica: se il punto di partenza è il piano industriale faticosamente ed esclusivamente concordato tra Bono e il sindacato (non dagli amministratori genovesi perennemente in campagna elettorale), non si capisce che cosa aspettino le istituzioni a mettere in sicurezza migliaia di posti di lavoro. Quel che resta dell’industria a Genova. Sgomberando il campo dai sospetti che i ritardi - ad esempio nell’operazione di ribaltamento a mare del cantiere di Sestri Ponente – mascherino sempre la tentazione della rapallizzazione .

Non si parla più della possibilità di acquisire una nuova nave, non si discute concretamente sulla diversificazione della mission produttiva, del progetto Plasmare del Cetena, del nuovo polo offshore. Rubare metri quadri agli insediamenti produttivi, al porto e allo shipping per regalarli alle cooperative del mattone, è una ipotesi sciagurata su cui il nuovo sindaco di Genova non si è ancora pronunciato. Anziché argomenti di assoluta priorità, i temi centrali del lavoro, della produzione e dello sviluppo sono ancora totalmente assenti dal dibattito. Qual è la realtà, quali sono gli obiettivi e le ricadute per la Liguria? Finora Bono è riuscito a non licenziare alcun dipendente, gestendo l’inevitabile riorganizzazione aziendale con strumenti congiunturali. Ha ottenuto il via libera anche dalla Fiom e la riconferma dal governo.

Nonostante la flessione senza precedenti della cantieristica (-80% nel mercato mondiale dell’armamento), Fincantieri ha chiuso il bilancio 2011 con un utile di 10 milioni di euro, incassando nell’ultimo anno, il più devastante, nuovi ordini importanti per la US Navy, Costa Crociere, P&O, Guardia Costiera italiana, Marina militare algerina, Compagnie du Ponant, Viking, US Coast Guard. Significative le partnership per esplorare e sviluppare nuovi segmenti di business come l’offshore (con i norvegesi di NLI), con il CNR nel settore della ricerca e dell’innovazione, con gli Emirati Arabi nella controllata Etihad Ship Building.

Il progetto operativo di Bono è una sfida sul filo del rasoio: fare del colosso Fincantieri non solo leader di nicchia esclusivamente in settori di mercato che rischiano in futuro di subire sempre più la concorrenza agguerrita del Far East, ma diversificare e potenziare le eccellenze, con l’ingresso a livello mondiale in nuovi settori strategici. Il mondo del lavoro gradirebbe un riscontro politico. Molto sobriamente. Anche con la mestizia dei giorni migliori e le parole incollate al palato dal trust di cervelli cattocomunisti sessantottini.
Good bye Lenin!

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