Le buone ricette per saccheggiare il porto e immiserire lo shipping

Genova - Corrado Passera s’ingegna di far ripartire il motore d’avviamento della disperata industria nautica comprando tre cravatte da Finollo, prestigioso segno della genovesità sui mercati mondiali. Escludendo improbabili sconti, l’investimento oscilla tra i 500 e i 600 euro: credo sia l’unico da attribuire al ministro per lo Sviluppo Economico da quando occupa quella poltrona con beato compiacimento. Del resto i rottamatori dei porti e dello shipping colpiscono a Roma e si mascherano in Liguria. Di fronte al raccapricciante spettacolo di degrado e inadeguatezza, sembra farsi largo solo la celebrazione della finta ingenuità come valore civile o come attestato di pulizia.

Eppure il governo, emulando ladrocini alla Batman, tenta un colpo di stato silenzioso per cancellare quel poco di autonomia regionale esistente e punta a intervenire sul titolo V, cioè sui centri nevralgici dei porti, degli aeroporti e delle infrastrutture. L’obiettivo è cancellare le competenze territoriali su questi temi, tornando ad uno Stato centralista. E’ lo stesso governo che sta partorendo leggi mostruose come quella dei porti, che non si vergogna di reintrodurre le Autorità portuali di Manfredonia e Trapani, che offre uno spettacolo pietoso sulla nomina dell’Authority dei trasporti, che magari pensa di buttare a mare soldi per progetti inutili e faraonici a Venezia e Augusta. L’autonomia finanziaria è ridicolizzata: i porti che funzionano non saranno premiati e sulle calate italiane resteranno in vita i santuari dello spreco e delle clientele. Lo stesso ministero delle Infrastrutture e Trasporti conta (e vale) poco più di niente, come ai tempi gloriosi di Tremonti e Matteoli.

Per non farsi mancare niente, Monti e i suoi tecnici umiliano pure gli enti portuali con una spending review che rischia di provocare un cataclisma sul fronte sociale e del lavoro. E’ legittimo auspicare che regioni come la Liguria, cuore della portualità nazionale, sparino cannonate. E che in questo scenario di sofferenza, ridiscutano finalmente anche ruoli e funzioni delle Camere di commercio, che nessuno controlla più. Vere e proprie fabbriche di incarichi autoreferenziali, di consulenze, di soldi gettati al vento. A Genova, ad esempio, la Camera di commercio dispone da anni di un tesoro in banca derivante dalla vendita delle azioni della Milano-Serravalle. Invece di impiegare questi quattrini per finanziare le imprese che non hanno credito, per sostenere la ricerca, i distretti e il mondo del lavoro sui moli, l’ente pensa di spenderli per comprarsi l’aeroporto Cristoforo Colombo, attraverso un’operazione che non riesce a spiegare e che resta avvolta da zone d’ombra. Il presidente Odone, che conta più mandati di D’Alema e dell’ex democristiano Tassone, resiste a tutto e a tutti. Qual è il suo modello di società? Se in gioco c’è il futuro di Genova, non è più rinviabile la resa dei conti tra sviluppo e conservazione, tra le strategie di rinnovamento e le decisioni prese nel chiuso delle botteghe del potere.

C’è da chiedersi perché al ministero dell’Economia o alla Corte dei Conti non venga mai in mente di mandare qualcuno a controllare ciò che avviene nelle segrete stanze di via Garibaldi. Ci dovrebbero pur spiegare perché le Camere di commercio godono di questa totale immunità, pur disponendo di ingenti risorse pubbliche. Hanno forse deciso che la crisi non è un’opportunità per ridare speranza alla città, ma solo un’occasione d’oro per la terapia di immiserimento di ampi strati della popolazione portuale? Quanto accade a Genova è surreale: la ricchezza privata è poco utile se non produce crescita, vuol dire che è immobile e mal gestita. E’ come quelle famiglie aristocratiche che possiedono immensi palazzi incapaci di produrre il reddito necessario a mantenerli. Il loro destino è segnato. Se questo è quello che la struttura economica locale comporta, ancora più illuminante è quello che rivela. Debito pubblico e ricchezza privata sono due facce della stessa medaglia: un’amministrazione senza credibilità e autorevolezza e un privato opportunista e spesso saccheggiatore.

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