Parate e lacrime non saldano i conti (anche se voi vi credete assolti siete per sempre coinvolti)

Genova - Risaliamo impotenti sulla scala mobile dello smarrimento, con lo sconforto della solitudine. Perché non hanno diritto di condividere il dolore per la tragedia del Jolly Nero la Genova degli anti-porto, la città del non fare, quella che non immaginava e che comunque è meglio la decrescita. La Genova ostile delle istituzioni, dei circoli e dei partiti. Non ne ha diritto l’Italia della politica farisea che già a Roma si occupa d’altro e che da decenni non investe un centesimo sullo sviluppo, sulla cultura marittima e portuale, la tutela del lavoro, la sicurezza, la formazione e la ricerca. Che si scandalizza per i dragaggi perché disturbano la quiete pubblica, che blocca nuove infrastrutture perché alterano l’ambiente. Adesso è stata calpestata anche la qualità della morte: non si possono accettare le lacrime di coccodrillo di una sinistra arroccata dietro i no e la conservazione. Da anni, con la sua inconsistenza, la destra al governo nega diritti e opportunità al porto. Chiudono il cerchio il demone dell’ambizione che stravolge il senso del bene comune tra le nuove leve del Pd, la pavidità degli amministratori, il suicidio con cui il centrosinistra legittima l’incompetenza come regola al ministero dei Trasporti. Il tempo è scaduto, presidente Letta e ministro Lupi. Potete continuare a discutere del nulla, a farvi imprigionare dai veti, a tutelare consorterie e consociativismi senza visione strategica di crescita e di futuro. Ma questa volta lo farete con molti sensi di colpa: senza libertà materiale non c’è libertà politica. E’ vero che sulle banchine e in mare la morte è sempre in agguato, per la banale stupidità degli uomini e per la fatale imperfezione delle macchine, il rischio zero non esiste. Ma è altrettanto certo che il porto di Genova è a fine corsa, strangolato dall’assenza di pianificazione e di investimenti, inadeguato a reggere la competizione. Gli spazi operativi sono troppo stretti, i tempi troppo veloci.

La povertà cresce, i traffici sono in ripresa ma la produttività non ridistribuisce reddito. Presidente Letta e ministro Lupi: se riscoprite Genova come capitale dell’economia marittima nazionale, comprenderete che i caduti sul lavoro non meritano elemosine ma rispetto. Porti, mare e logistica sono l’unico settore in cui gli investimenti non solo garantiscono lavoro, ma incidono direttamente anche sul Pil perché producono traffico. Nell’ultimo decennio, la mancata adozione di interventi efficaci a sostegno della logistica è costata all’Italia complessivamente 24 miliardi di Pil. Intanto l’Unione Europea sta per chiudere la sua riforma di portualità legata ai corridoi. Sarà esecutiva fra qualche mese, sotto forma di regolamento. E saranno guai.

La politica del non fare è quanto di peggio potrete scegliere. Condannare Genova all’emarginazione è un’opzione. L’altra è consentire al porto che esprime il sistema-Italia di adeguarsi, recuperare spazi, spostare la diga, dragare i fondali, ampliarsi e irrobustirsi. Servono, subito, investimenti pubblici massicci e mirati. Il destino vi offre un’opportunità insperata, l’ultima: riproporre il dominio dell’uomo sugli eventi, riannodare i fili che legano vita e lavoro, progresso e tutela. Non credetevi assolti.

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Scuotere, non agitare… Respingiamo al mittente le illusioni: il silenzio della normalità e del buon senso ci manca. Il panorama del mese alle nostre spalle è terrificante. Non saprei dire come ne usciremo, se prevarranno i giorni degli sciacalli e la tragedia sarà trasformata in farsa dalle banalità oppure se esploderà la rabbia positiva dei capi e della gente vera del porto. Il nostro tempo è obbligato. Per una visione lunga, che è pianificazione, che è sostenibilità, bisogna riappropriarsi dell’intelligenza e della generosità al servizio della politica. Adattarsi non è più possibile. Perché questo territorio non chiede cultura e innovazione, non sollecita cambiamento per le sfide, non pretende nuovi traffici ma solo la mediocrità di chi è amico e suddito e vive di scambi e compromessi. Ed è quindi funzionale agli affari dei pochi che frequentano le stanze della politica solo per mantenere inalterato il sistema consociativo.

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