Red carpet negato al porto: evapora il partito che sussurrava ai camalli

Genova - Quale credibilità pensa di riconquistare sul campo un partito come il Pd che viene a Genova per celebrare la sua festa nazionale e “dimentica” di inserire il Porto in scaletta? Comportamento indecente, ingiustificabile, attribuibile a masochismo, ignoranza, assenza di strategia, paura delle figuracce cui si esporrebbero dirigenti e parlamentari inadeguati e incerti. Nel tabellone c’è spazio per i massimi sistemi planetari e per ogni espressione di angoscia esistenziale dell’umanità alla deriva, non per banchine e shipping, lavoro e riforme. Non c’è traccia del cammino del popolo di sinistra, intrapreso proprio a Genova. Pietro Chiesa, Ronco e Canepa, le leghe socialiste, il mutuo soccorso: c’erano programmi, obiettivi e progetti, alcuni radicali, altri riformisti o rivoluzionari. Di fondo c’era un’idea e per raggiungerla si era disposti al sacrificio, ad agire, studiare, impegnarsi personalmente.

Oggi non c’è visione, non c’è sogno, non c’è alternativa, non c’è rottura, non c’è progresso, non ci sono evoluzione e progettualità. Non c’è niente. I conti della Grecia sono stati affondati da una identica gestione della politica: privilegi e benefit elargiti a pioggia, favori alle categorie e alle imprese fiancheggiatrici del potere, finanziamenti illimitati a progetti senza capitali propri e senza futuro. Il Pd a Genova avrebbe dovuto spiegare perché in Sicilia sono state costituite sette delle 25 Autorità portuali italiane, con una quota dei traffici, del valore aggiunto e dell’occupazione risibile. Con la certezza di gravi infiltrazioni mafiose a fronte di ricadute sul territorio inesistenti. Con l’ultimo assurdo del finanziamento di 120 milioni di euro, di cui più di 36 milioni con fondi europei, per la costruzione di un inutile nuovo terminal container ad Augusta. Mentre in Calabria continua lo scandalo di Gioia Tauro, una terra devastata dall’idea speculativa di un terminal di transhipment senza futuro e senza ritorni economici sull’economia locale, che continua ad essere finanziato dallo Stato con l’azzeramento delle tasse di ancoraggio e dalla Regione con finanziamenti a fondo perduto senza riscontro.

In Campania, dopo anni in bilico fra malaffare e interessi di partito, il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici ha bocciato il Piano Regolatore del porto di Napoli. Il giudizio, se si fosse ancora a scuola, sarebbe di insufficienza grave, sia di forma che di sostanza. In Puglia, a fronte dei disastri industriali di Brindisi e di Taranto, non si ferma la corsa agli investimenti statali, con fondi pubblici per oltre 200 milioni di euro previsti per la sola piattaforma logistica di Taranto che verrà gestita, con una concessione di 30 anni, dal Gruppo Gavio. Se dai porti passiamo all’armamento, il paragone è ancora più impietoso. Con il crac Dimaiolines, parente povero della bomba Deiulemar che ha sconvolto l’economia di un paese di navigatori come Torre del Greco. L’armamento napoletano ha subito un terremoto devastante, con i suoi maggiori rappresentati sull’orlo del fallimento e ripercussioni sulla credibilità del nostro sistema Paese. Negli anni scorsi, mentre in Italia i napoletani spingevano per la costituzione di Fondi KG simili a quelli che stanno affondando i piccoli investitori tedeschi, gli armatori greci hanno continuato ad investire sulla loro flotta globale, che oggi rappresenta oltre il 15% del totale mondiale. Con l’introduzione di una tassa sul tonnellaggio anche per le navi non di bandiera gestite dalla Grecia, il contributo dell’armamento all’economia nazionale diventerà più significativo. A differenza dell’Italia, la centralità dell’armamento nella formazione della classe dirigente ha costituito il caposaldo di una società internazionalizzata più della nostra proprio grazie alla cultura e alla professionalità dello shipping. Luci, ombre, contraddizioni. Ma parlare di portuali, di lavoro e salari a rischio, di flotte globali, infrastrutture e centralità dell’economia marittima è evidentemente troppo impegnativo e devastante per un Pd che non sa più scegliere dove stare e con chi.

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