Il new deal dei renziani: gli Stukas planano sul porto del servilismo

Meno traffici, ma tariffe sempre più care. Tra il 2006 e il 2012, le Authority italiane hanno incrementato gli introiti dei canoni del 35% e gli incassi per tasse e diritti portuali del 183%. I canoni concessori sono saliti da 115 a 155 milioni, le tasse e i diritti portuali sono balzati da 82 a 233 milioni di euro. Nel sei anni, le merci sono diminuite da 493 a 450 milioni di tonnellate. La conclusione è che dobbiamo decidere che porti (e che Paese) vogliamo, se puntiamo sull’impresa e sul lavoro oppure sulla rendita, che non è eterna. E’ un piccolo patrimonio, fasullo, non serve a costruire il futuro ma a difendersi. Eppure il porto di Genova dovrebbe rappresentare la piattaforma perfetta per crescere in fretta sui mercati europei. Ma non c’è traccia di programma che punti a stringere la forbice tra lavoro e rendita, tra produzione e finanza, tra poveri e ricchi. E che metta al centro dell’azione politica impresa e lavoro, che offra incentivi agli investimenti, garantendo certezza del diritto e alleanze serie con le imprese marittime. Il problema reale è che i mercati dei traffici non riescono a interpretare il carro allegorico del carnevale politico, temono nuove mediazioni al ribasso su una riforma portuale astratta che non li coinvolge, si allontanano da un modello feudale che continua a navigare sull’onda della conservazione tenendo in ostaggio le banchine. E a frenare l’insediamento dei grandi gruppi è soprattutto l’incertezza delle regole. Il mondo sarà pure cambiato, ma finora non è emersa una cifra distintiva da parte dei collaboratori di Renzi, ipersensibili invece alle proprie prospettive personali. Le premesse non sono confortanti, perché più che dal riformismo questa inquietante stagione sembra segnata da servilismo, meccanismo operativo della competitività: cioè di quella guerra di tutti contro tutti, per affermarsi a spese degli altri, che è la riproposizione - nei rapporti interpersonali, nei meccanismi di promozione sociale, negli avanzamenti in carriera, nella selezione delle classi dirigenti - della concorrenza tra imprese. Il servilismo è la ricerca di un’affermazione personale - anche minima, anche irrisoria, solo a volte ben remunerata - a spese della propria autonomia. Cioè, non in base a quello che siamo, o ci sforziamo di essere, o abbiamo acquisito col tempo e a fatica; bensì rinunciando a tutto, mettendoci “a disposizione” del padrone di turno. Pronti non a sviluppare un nuovo modo di pensare, ma solo a passare a un diverso padrone. Il servilismo è la rinuncia sistematica e volontaria alla propria dignità. Non può sfuggire che questo “nuovo” Pd ripropone la continuità dei compromessi. Una politica talmente arroccata su se stessa che parla della governance come se questa fosse il fine e non il mezzo per favorire lo sviluppo. Del resto ci sarebbe un modo efficace per misurare subito la credibilità del gruppo dirigente renziano. Basterebbe seguire l’esempio della Spagna, che già ha il vantaggio di un costo del lavoro più basso: lo scorso settembre il governo ha ridotto del 5% le tasse portuali e dell’8,5% l’ imposta di occupazione del suolo portuale. Due misure particolarmente efficaci, che secondo le previsioni del ministro per lo Sviluppo, Ana Pastor, dovrebbero portare alle imprese un beneficio complessivo di 45-50 milioni di euro. E’ un concreto intervento da parte di un governo che conferma la convinta strategia di sostegno allo sviluppo dei porti. Perché rappresentano una leva fondamentale a supporto del sistema produttivo, con grande impatto economico sulle aree territoriali. Anche l’ex premier Enrico Letta aveva iniziato il suo mandato lanciando simili messaggi, accompagnati dalla promessa di una centralità dei porti di cui non si è scorta alcuna traccia. Per non vendere spiedini di nuvole, Matteo Renzi dovrebbe farsi un corso accelerato. Focalizzando la sua politica e le scelte dei collaboratori non sulle mediazioni al ribasso e sulla governance, ma sulle cose da fare subito. Cominciando a spazzare via dalla discussione sulla riforma della legge portuale le ipotesi di nuovi vincoli alla libertà di organizzazione del lavoro e delle imprese.

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