Riforma dei porti tra vincoli, delitti e pene

Il conformismo di massa ci impedisce di decifrare se sia più indecente la campagna elettorale lanciata con un anticipo di oltre un anno da tre esponenti dell’attuale giunta regionale, oppure la lamentazione con cui l’establishment di Savona si oppone ad una possibile integrazione con il porto di Genova. Accettando passivamente i soliti vincoli imposti dalla sorda politica di periferia, si continua a discutere di governance e non di governo, cioè di chi vuole avere il potere e non di che cosa bisognerebbe fare per crescere sui mercati, conquistare nuovi traffici e guadagnare occupazione. Tutto sembra rientrato nella modesta portualità di sempre, fatta di barriere di accesso al business, di protezioni, lobby, consociativismo e inefficienze. L’ambiziosa riforma dei porti porterà un chilo di merce o un contenitore in più? Non è questo il tema del confronto e delle contrapposizioni sottotraccia innescate dall’intervista al Secolo XIX del ministro Lupi. Mentre sulle banchine imperversano Commissari incapaci o imbarazzanti (dieci Autorità portuali sono senza presidente), il pallino sembra sempre in mano ai super burocrati del ministero. Si muove molto il Pd, con esponenti di spicco come Filippi e Serracchiani (assistiti dai loro consulenti legali) che replicano al “prototipo Lupi” rilanciando una riforma della legge 84 che investe anche il lavoro, le concessioni e l’autonomia finanziaria (quindi tutto). Le imprese vorrebbero: facilità di movimento, certezza del quadro normativo, soggetti pubblici forti e flessibili che garantiscano massimo rispetto delle regole, qualche iniezione di denaro e sicurezza sul fronte delle concessioni. Ma nelle strette parlamentari, lo scontro si registra già su punti peggiorativi come quelli che introducono maggiori vincoli alle imprese e stritolano gli investimenti per i concessionari. Tra i due schieramenti – Ministero e Commissione parlamentare – è possibile l’intesa sul numero delle nuove Authority, una quindicina, con l’incomprensibile clausola che dovranno comunque “costituirsi dal basso”… Nebbia fitta sui temi centrali: lavoro, ruolo delle Compagnie, concessioni, Autorità portuale concepita come ente pubblico-economico. Ai porti italiani serve una riforma coraggiosa, praticabile, efficace. Un cambiamento radicale che tuttavia non scivoli nella velleità. Ma è possibile lavorare a una legge di riforma così impegnativa senza una visione terza, che prescinda dagli interessi delle singole realtà? E’ concepibile affidarne la stesura a diversi attori che se mai si dovessero mettere d’accordo tra loro, lo farebbero in base alle reciproche convenienze? Il cambiamento è indispensabile perché le Autorità portuali sono travolte da crisi di credibilità e sono bersaglio di una sorta di manovra a tenaglia tesa a svuotarle e depotenziarle, di cui è protagonista lo stesso Governo. La paralisi si sta realizzando attraverso la decapitazione dei vertici (mancata nomina dei presidenti e autentici pasticci giuridici come nel caso Massidda), la confusa e contraddittoria applicazione di norme relative al contenimento della spesa pubblica, l’assenza di scelte prioritarie per gli investimenti nelle infrastrutture. Il Pd sostiene che la proposta del ministro Lupi contiene importanti suggestioni ma anche molte astrazioni e contraddizioni. Gli uomini di Renzi dicono di voler salvaguardare il senso delle suggestioni, ancorando alla realtà l’impianto di una riforma che è comunque radicale. La formula del Pd è: più porti e meno Authority. Che tradotto, dovrebbe voler dire: più lavoro e meno poltrone, più efficienza e meno burocrazia. La riduzione del numero delle Autorità portuali ha effetti certamente di contenimento di spesa per il taglio delle figure di vertice ma, soprattutto, se unita ad un’autentica autonomia finanziaria, potrebbe razionalizzare pianificazioni e investimenti. Resta da capire se questo centrosinistra bluffa o è consapevole di che cosa significa abbattere i vincoli territoriali in nome del bene comune. E se, soprattutto, si arrenderà finalmente alla certezza che quella di Genova è davvero un’altra storia…

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